Senza titolo

 

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Padre, tu che non sei nei cieli
ma seduto sul trono della presunzione,
parlaci dei perversi tuoi misteri
e dell’incestuosa tua sadica creazione…

…La,
dove il cielo taglia le vene al sole
e il sangue annega i monti senza tempo

sto,
bambina violentata ad aspettarti.

Dalle labbra colano parole
come avanzi di vomito e tormento.

Fosti un orco,
ma non posso non amarti,
mia amara radice senza tempo.


Mia cara radice delle pene,
trafiggesti con dardo avvelenato
il rosso virginale de l’imene
e come il ragno tremulo e affamato
mi divorasti
in un ” Ti voglio bene”

La mia gola ancora sputa e ingoia
il bianco sporco del tuo seme
Oh, mio amato maledetto boia,
vestito dei brandelli del mio imene.

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31 dicembre

 

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Come immacolato pensiero
vola al nido la colomba di neve.
Vola e mira la terra che beve
il dolore scrosciante del cielo

Lento un vecchio, com’esile fiore,
nel silenzio di grigio ammantato
va, tracannando ricordi d’amore
dalle lacrime d’un fresco moscato

Fischia un uomo, un merlo gli risponde.
Gracchia un ramo. Ride un corvo nero.
Grida un pargolo e il grido si diffonde
rimbalzando tra la terra e il cielo.
Nelle case si rincorrono gli odori
fuggiti dalle pentole fumanti
e bollenti di piccanti ardori,
come peccaminoso amanti.
In un’unghia di buio, tra cartoni
dorme un corpo d’anima e di pelle.
Nel suo cuore brillano dei sogni,
voci care e odori d’altra terre

Tutto è scuro. Dormono le stelle…
…Poi d’un tratto un’eco frizzantina
per le strade corre senz’affanno.
Correrà fino la mattina:
“Auguri! Auguri di buon anno!”

Ciechi ballano attorno a quei cartoni,
scaramantici ammiccano alla sorte
e ubriachi non vedono tra i suoni
insidiosa, sghignazzar la morte.

Pelle nera ha la notte

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Pelle nera ha la notte

su cui danzano fantasmi di stelle 

Voce profonda 

di antichi abissi

in cui echeggia il tam-tam della vita

Selvaggia è la notte

Selvaggia e fiera

Nera terra da cui germoglia il sole

è la notte.

Nero abisso da cui emerge il sogno

è la notte

Ci Sussurra chi fummo.

Ci spoglia e nudi ci costringe a guardarci.

Specchio impietoso sui nostri baratri.

Pelle nera ha la notte.

Madre antica.

Non puoi arrestarla, rifiutarla, distruggerla,

essa respira dentro tutti noi,

e ogni suo alito 

ci dice delle nostre radici 

nere,selvagge, libere, Vive.

Non puoi annegare la notte

nel tuo intollerante oceano bianco sporco.

Prima o poi sarà il tuo oceano ad annegare 

dentro lei.

Eutanasìa di un’amore

175116DF-694A-4DF1-8EF3-68711752B316.jpegIl primo petalo è caduto da quando

i tuoi occhi non mi hanno più cercata

Rosa appassita.

 Rosa abbandonata

Figlia d’un rovo e di aride radici

folle  andai l’amòr cercando

a cui svelare le mie cicatrici

Mi illusi di aver trovato il cuore

su cui posare il pianto di dolore

di una bimba nuda e senza amici.

Non fu così

Giunto è il tramonto sulle nostre terre

Sulla passione imputridita

danza macabra  agonia

Non c’è più vita

 nemmeno per le guerre.

È ora di pietosa eutanasia

La Befana

9C312CCF-C8E9-4E5B-90AA-23F7F9991BF5La Befana ha tacchi a spillo

e cavalca a notte fonda

Tra un gemito e uno strillo

in quel bianco gode e affonda

La Befana frusta il vento

da cui grondano ululati,

come stille di tormento

dalle carni dei dannati

La Befana è strega vera:

forte, libera e divina

Ella domina la sera

su una scopa di saggina

Si diverte senza freni,

vecchia donna senza tempo

Ama anarchici e blasfemi

Solca i cieli controvento

Porta tanga e calze a rete.

nella notte va sicura.

Niente ferma le sue mète.

Vecchia Dea senza paura,

vuole sol La si rispetti

e contesta a faccia dura

fallocentrici verdetti. 

Marco cavallo galoppa ancora

Il 13 maggio 1978 un’utopia diventa realtá
Grazie allo psichiatra Franco Basaglia e a chi con lui lottò, i matti, i diversi diventano cittadini a tutti gli effetti.
Da allora nessuno sarà più costretto a ( non) vivere in un manicomio.
Sapete che simbolo della 180 è un immenso cavallo azzurro, di cartapesta ?
Il suo nome è Marco, Marco cavallo ed è realmente esistito…

… Il calendario segna il mese di ottobre del 1972 quando, i ricoverati del S. Giovanni inviano una lettera a Michele Zanetti, presidente della provincia di Trieste. Chiedono che Marco, il cavallo che dal 1959 traina il carretto della biancheria, dei rifiuti e di ogni altro materiale del manicomio triestino, invece di essere macellato possa godere di un dignitoso “pensionamento” all’interno della struttura, per “meriti” lavorativi e per l’affetto che pazienti e il personale nutrono per esso. In cambio offrono il versamento di una somma pari al ricavato della vendita dell’animale per la macellazione, e il mantenimento a proprie spese per tutta la restante vita naturale. La Provincia di Trieste accoglie la richiesta, decidendo l’acquisto di un motocarro in sostituzione del cavallo, affidato alle cure dei pazienti.

E’ la prima volta che i pazienti psichiatrici, allora privati dei diritti civili, vengono ascoltati da un’Istituzione e una loro richiesta viene accolta.
Il muro che separa i “normali” dai “matti” incomincia a cedere.

Dall’empatia dimostrata da chi, ogni giorno vive sulla propria pelle la condanna della diversità, il cugino di Franco, l’artista Vittorio Basaglia progetta un cavallo di legno e cartapesta di dimensioni monumentali.
Un fatto di cronaca reale diventa così il simbolo della fine dell’isolamento dei malati mentali, un “cavallo di Troia” contenitore delle istanze di libertà e umanità dei pazienti psichiatrici
I pazienti decidono che il suo colore è l’azzurro, simbolo della gioia di vivere e che la “pancia” del cavallo deve contenere i loro desideri, sogni e richieste. Franco Basaglia morirà nel 1980, senza potere assistere alla totale realizzazione e applicazione della legge per cui aveva tanto lottato.

 

Hanno i monti potenti sguardi fieri,
e parlano la dura lingua delle rocce
Sillabe che franano dalle mani del vento
e rotolano in terra con la forza
del silenzio dei saggi

“Fummo coloro emersero dagli abissi,
portando tra le pieghe del nostro dolore
i ricordi di chi, affogò tra mostri
e di quei mostri divenne amico e testimone.
Ammirate la fiera fragilità di chi annegò nelle lacrime
di un sadico, vittimista genitore,
da cui prese sane distanze,
senza mai rinnegarne  le origini.
Noi fummo coloro emersero dagli abissi.
per appoggiare le proprie teste sul grembo del cielo.”

La mia follia mi ha sgretolata, mi ha gettata in una profonda palude, poi ha ripescato le mie macerie per ricrearmi. Sono la creazione della mia follia

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