Pelle nera ha la notte

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Pelle nera ha la notte

su cui danzano fantasmi di stelle 

Voce profonda 

di antichi abissi

in cui echeggia il tam-tam della vita

Selvaggia è la notte

Selvaggia e fiera

Nera terra da cui germoglia il sole

è la notte.

Nero abisso da cui emerge il sogno

è la notte

Ci Sussurra chi fummo.

Ci spoglia e nudi ci costringe a guardarci.

Specchio impietoso sui nostri baratri.

Pelle nera ha la notte.

Madre antica.

Non puoi arrestarla, rifiutarla, distruggerla,

essa respira dentro tutti noi,

e ogni suo alito 

ci dice delle nostre radici 

nere,selvagge, libere, Vive.

Non puoi annegare la notte

nel tuo intollerante oceano bianco sporco.

Prima o poi sarà il tuo oceano ad annegare 

dentro lei.

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Eutanasìa di un’amore

175116DF-694A-4DF1-8EF3-68711752B316.jpegIl primo petalo è caduto da quando

i tuoi occhi non mi hanno più cercata

Rosa appassita.

 Rosa abbandonata

Figlia d’un rovo e di aride radici

folle  andai l’amòr cercando

a cui svelare le mie cicatrici

Mi illusi di aver trovato il cuore

su cui posare il pianto di dolore

di una bimba nuda e senza amici.

Non fu così

Giunto è il tramonto sulle nostre terre

Sulla passione imputridita

danza macabra  agonia

Non c’è più vita

 nemmeno per le guerre.

È ora di pietosa eutanasia

La Befana

9C312CCF-C8E9-4E5B-90AA-23F7F9991BF5La Befana ha tacchi a spillo

e cavalca a notte fonda

Tra un gemito e uno strillo

in quel bianco gode e affonda

La Befana frusta il vento

da cui grondano ululati,

come stille di tormento

dalle carni dei dannati

La Befana è strega vera:

forte, libera e divina

Ella domina la sera

su una scopa di saggina

Si diverte senza freni,

vecchia donna senza tempo

Ama anarchici e blasfemi

Solca i cieli controvento

Porta tanga e calze a rete.

nella notte va sicura.

Niente ferma le sue mète.

Vecchia Dea senza paura,

vuole sol La si rispetti

e contesta a faccia dura

fallocentrici verdetti. 

Marco cavallo galoppa ancora

Il 13 maggio 1978 un’utopia diventa realtá
Grazie allo psichiatra Franco Basaglia e a chi con lui lottò, i matti, i diversi diventano cittadini a tutti gli effetti.
Da allora nessuno sarà più costretto a ( non) vivere in un manicomio.
Sapete che simbolo della 180 è un immenso cavallo azzurro, di cartapesta ?
Il suo nome è Marco, Marco cavallo ed è realmente esistito…

… Il calendario segna il mese di ottobre del 1972 quando, i ricoverati del S. Giovanni inviano una lettera a Michele Zanetti, presidente della provincia di Trieste. Chiedono che Marco, il cavallo che dal 1959 traina il carretto della biancheria, dei rifiuti e di ogni altro materiale del manicomio triestino, invece di essere macellato possa godere di un dignitoso “pensionamento” all’interno della struttura, per “meriti” lavorativi e per l’affetto che pazienti e il personale nutrono per esso. In cambio offrono il versamento di una somma pari al ricavato della vendita dell’animale per la macellazione, e il mantenimento a proprie spese per tutta la restante vita naturale. La Provincia di Trieste accoglie la richiesta, decidendo l’acquisto di un motocarro in sostituzione del cavallo, affidato alle cure dei pazienti.

E’ la prima volta che i pazienti psichiatrici, allora privati dei diritti civili, vengono ascoltati da un’Istituzione e una loro richiesta viene accolta.
Il muro che separa i “normali” dai “matti” incomincia a cedere.

Dall’empatia dimostrata da chi, ogni giorno vive sulla propria pelle la condanna della diversità, il cugino di Franco, l’artista Vittorio Basaglia progetta un cavallo di legno e cartapesta di dimensioni monumentali.
Un fatto di cronaca reale diventa così il simbolo della fine dell’isolamento dei malati mentali, un “cavallo di Troia” contenitore delle istanze di libertà e umanità dei pazienti psichiatrici
I pazienti decidono che il suo colore è l’azzurro, simbolo della gioia di vivere e che la “pancia” del cavallo deve contenere i loro desideri, sogni e richieste. Franco Basaglia morirà nel 1980, senza potere assistere alla totale realizzazione e applicazione della legge per cui aveva tanto lottato.

 

Hanno i monti potenti sguardi fieri,
e parlano la dura lingua delle rocce
Sillabe che franano dalle mani del vento
e rotolano in terra con la forza
del silenzio dei saggi

“Fummo coloro emersero dagli abissi,
portando tra le pieghe del nostro dolore
i ricordi di chi, affogò tra mostri
e di quei mostri divenne amico e testimone.
Ammirate la fiera fragilità di chi annegò nelle lacrime
di un sadico, vittimista genitore,
da cui prese sane distanze,
senza mai rinnegarne  le origini.
Noi fummo coloro emersero dagli abissi.
per appoggiare le proprie teste sul grembo del cielo.”

Madre inverno

Sotto la terra che trema dal gelo
riposa il seme sognando il cielo

Sotto bianche, algide nubi
tremano i rami, rimasti nudi

Tra i rami nudi il passero langue:
La neve e’ tanta. La pancia piange.

Brucia la quercia dentro al camino
e scoppiettando il caldo diffonde.
Ricorda un nido, un fiore, un bambino,
ricorda vive radici profonde

Sull’ acqua vitrea della fontana
cadono i suoni d’una campana
come parole d’amore e di pace…
Cadono in acqua, poi tutto tace.

Tace la terra tremante di gelo
madre del seme che cerca il cielo,
madre del cielo che chiama il fiore
Madre di figli condannati all’amore

La poesia

Poesia è urlo di dolore
che dal cuore prende le mie dita
e su un foglio sporco di candore
piange inchiostro e parla della vita.

Dunque allora puoi sentir l’odore
delle rose del lontano rovo
e annusarne il candido colore
di cui brilla il vento e il sole nuovo.

Essa grida nella muta voce
che illumina gli occhi dell’agnello,
che ti dice :” Guarda com’è atroce
condannare il debole al macello!”

Poesia è l’albero che parla,
il tuo, il mio diritto di parola,
la mosca che supplica di amarla
mentre offre allo sterco la sua gola.

Respira nell’ alba di cristallo,
nel vespro che getta sangue in mare,
nell’onda, bianco crine di cavallo
che sirene oscure può celare.

E’ il cuore pulsante nella mano,
che piange oggi, poi domani gode.
È il sapere placido che siamo
un po’ Cristo e in buona parte Erode.

Libera oltre i limiti del mondo
dove stanno luci bianche e nere
per capir che siamo tutti, in fondo
figli d’un sadico piacere.

La mia follia mi ha sgretolata, mi ha gettata in una profonda palude, poi ha ripescato le mie macerie per ricrearmi. Sono la creazione della mia follia

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