Lucio e Michele Storie di anarchici, servi e padroni

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Cos’è sta gran caciara, é notte vai a dormire!
Belva maledetta,figlio di Pandora.
Hai sparato al re, ma il re non può morire
e ora paghi caro, e questo mi rincuora.”

– “Infame leccapiedi, servo del Potere
guardami negli occhi, distoglili dal cielo.
Gridai “prenditi l’acqua!- a chi voleva bere-
non aspettar la questua, alzati, sii fiero!”-

Le grandi mani sbatte sulle sbarre fredde
-“SEI forte del tuo ruolo,nella tua divisa
  SEI solo un’accozzaglia di stelle e di manette
  SEI il sadico guardiano che il padrone avvisa.
Spia senza ritegno, abbassa il manganello,
mostra la tua faccia, alza la visiera
GUARDAMI!
…Siamo stesso seme,tu mi sei fratello, 
scardina la tattica del suo dividi e impera.”

– “bastardo maledetto, bestia senza cuore
tu odi il buon sovrano poiché ne sei invidioso
Lui ci da il lavoro. Senza Lui si muore
Ci da pane, giochi e giorni di riposo
É un Padre giusto e forte. Severo e premuroso.
Ma tu, scansafatiche correvi tra le selve
tra falli sempre eretti e umide baccanti,
tra amplessi e fiumi d’uva, ripugnanti belve
senza inibizioni. Senza Dio ne Santi.”

– ” Io sono quella via che all’ anarchia

conduce
La mela che svegliò le scimmie addormentate
Il magico serpente che portò la luce
all’anime che al buio eran condannate.
Nostro Padre é un despota, un perfido sovrano
Svegliati, Michele, unisciti ai ribelli!
Guardalo il nazista, non ti pare strano
che le colpe mondi col sangue degli agnelli?
E agnelli siamo tutti dentro la sua mano.
-“Portami rispetto, Lucio maledetto 
Io sono come lui, io sono la sua destra
Dentro alle mie stanze sono io il verdetto:
Entri dalla porta per uscir dalla finestra…

Lo suicidiamo noi l’ anarchico reietto.”
-“Michele mi fai pena, sei solo una poveretto
servo del Sistema, di un misero salario
Credi d’esser Lui e Lui ti tiene stretto
mostrandoti il nemico in ogni Suo avversario.
Perdono non ti chiedo. Accetto il mio calvario.”
Lucio s’ accartoccia come foglia secca :
-“Pagai ogni mia scelta con la maledizione
Per tutti reo indiscusso dell’anima che pecca,
espiatorio capro d’ogni mala azione.
Guardami Michele, affonda la tua spada
in questo mio vecchio, macilento sterno.
Ne Padri ne padroni,

io scelgo la mia strada
e ridendo brucio sulla croce del tuo inferno.”

Diario aprile 2020- Covid-19

4: 23 lampeggia la misura del tempo sulla sveglia.
Non dormo.
Il silenzio che mi circonda é così assordante da trapanarmi i timpani. 
Sono un feto dentro all’utero di una piccola casa, buia e umida.
Sono angosciata. Ricordo di una vita trascorsa con persone amate 
Ricordo persone che mi furono indifferenti e altre che non uccisi per non finire in galera.
Fui amata a mia volta. Fui persona qualunque, per molti.

Molti mi risparmiarono la vita, per non finire in galera.
Eppure ci fu un tempo in cui vissi.
Poi d’un tratto qualcuno calò il sipario.
Il copione cambiò e così i ruoli di tutti gli attori.
Il film in cui mi sono ritrovata é un mix tra il politico e il fantascientifico, con sfumature sado maso.
Di quello che sto vivendo la cosa più angosciante e non potere avvicinare e vivere l’altro, se non  come potenziale untore.
Tutti nemici da denunciare al  “Grande Fratello” per ogni piccola violazione di norma.
Io non so se il Covid-19 sia un sadico gioco studiato e voluto dai Poteri forti.
Non so se sia la giusta ribellione di Madre Terra ai nostri arroganti modi da dei senza divino, pronti a cannibalizzare tutto per il proprio tornaconto personale.

Ora non ho più idea alcuna su tutto questo terremoto impovviso.
Solo una certezza: qualcosa sta finendo e nulla sarà come prima.

Il nostro rapporto col danaro, col lavoro e, quel che é peggio, il nostro rapporto col prossimo e con noi stessi e con i nostri corpi.
Non so perché tu, Covid-19 sia apparso nelle nostre vite.
Ciò che so, di cui ho la certezza é che, i pupari che tirano i nostri fili sono riusciti a decretare barriere, ponendole tra un corpo e l’altro, trasformandoci in “porti chiusi”.

 Inducendoci a temere il contatto fisico e a sentire il corpo dell’altro e il nostro come potenziale nemico.
 Chi sei Covid-19?

Perchè sei qui,ora? 
Non lo sapremo mai e, quando la verità verrà a galla, noi testimoni dell’ epoca da te battezzata, non saremo più parte di questa dimensione.
Un giorno lessi una frase, era in un articolo di giornale in cui si parlava di comunucazione.
La frase era attribuita al grande Pasolini.
La scrivo nel buio di quest’ alba di un aprile abortito:
MORIRE NON É NON ESSERCI PIÙ.

MORIRE É NON POTERE PIÙ COMUNICARE.20200331_194441

Marzo 2020

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Il biancospino ride, poverino,
i denti scopre all’ alba appenanata
Lui non conosce, cuore di bambino,
la specie più sadica e dannata

che sulla terra seminò solo dolore
Il biancospino canta e il campanile
risponde a quel mistico candore
con rintocchi che odorano d’aprile

E le viole guardano le nubi
su cui ali ricamano origami
Ignari dei nostri tempi cupi
tra l’erba giocano i miei cani

È tempo di quarantena e di silenzio
É tempo di lacrime e pietà 
Sento il cielo e abbraccio forte il vento,
invidiosa.
Mi manchi, libertà.

Alberi

 

Gli alberi sono Dei terreni
Sono immobili eppur si muovono
Sono muti eppure cantano
Hanno nere anime immerse nel profondo ventre della Madre e braccia generose radicate a nubi e cieli infiniti.
Fanciulli millenari, soffiano vita da invisibili narici.
Si vestono di profumi, nidi e foglie
Si svestono senza vergogna, mostrando a tutti
i loro corpi bitorzoluti, ruvidi, cavi, gobbi.
Maestosi ci guardano dentro il cuore
consapevoli della nostra pochezza.
Sanno che li facciamo a pezzi perchè vorremmo essere loro ma non lo saremo mai.
Cadono al suolo con suono di preghiere profonde.

In ogni albero morto c’è la fine della nostra eternità.

 

 

 

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Ricordi di lieti sorrisi

Ricordi di lieti sorrisi
tra papaveri e spighe di grano:
due bimbette si tengon la mano
a caccia di bei fiordalisi

Le vestine bianche innocenza,
le scarpette nero dolore
Sul tuo volto la cruda presenza
di un tradimento d’ amore.
“Quanti graffi e quante ferite…
…che hai fatto, dimmi piccina”.
“Cado sempre su schegge appuntite
all’alba d’ogni mattina”.
“E la mamma che dice? La mamma che fa?”
“La mamma mi culla tergendomi il pianto…”
Io sapevo la verità.
Non dissi nulla
rimanendoti accanto.
Io non dissi alcuna parola 
sul tuo innocente tormento,
ti lasciai minuscola e sola
come foglia sferzata dal vento

Quel vento che pur amavamo,
a cui chiedavamo perdono
per esser nate senza alcun piano
come sgradito, inutile dono.

E a distanza di anni rivedo 
due bimbette tra spighe di grano,
allora m’arresto e mi siedo
sotto il bianco de l’ippocastano.
Lì ritrovo il tuo volto avvilito
che mi fissa chiedendomi aiuto,
poi d’un tratto il dolore patito
diviene pallido e muto.

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Senza titolo

 

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Padre, tu che non sei nei cieli
ma seduto sul trono della presunzione,
parlaci dei perversi tuoi misteri
e dell’incestuosa tua sadica creazione…

…La,
dove il cielo taglia le vene al sole
e il sangue annega i monti senza tempo

sto,
bambina violentata ad aspettarti.

Dalle labbra colano parole
come avanzi di vomito e tormento.

Fosti un orco,
ma non posso non amarti,
mia amara radice senza tempo.


Mia cara radice delle pene,
trafiggesti con dardo avvelenato
il rosso virginale de l’imene
e come il ragno tremulo e affamato
mi divorasti
in un ” Ti voglio bene”

La mia gola ancora sputa e ingoia
il bianco sporco del tuo seme
Oh, mio amato maledetto boia,
vestito dei brandelli del mio imene.

La mia follia mi ha sgretolata, mi ha gettata in una profonda palude, poi ha ripescato le mie macerie per ricrearmi. Sono la creazione della mia follia

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