Autoritratto: l’urlo muto

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Mi posero, una sera, sul balcone
col lungo gambo e il bel bocciolo esposto,
all’afa che sputava il sol leone
di un giorno di un infernale agosto
Figlia della terra e del concime
giocavo con la vespa e la falena,
Illusa di una gioia senza fine
vibravo con l’energia, serena.

Nel mio fiore un cuore di cristallo
Le radici fragili piedini
e quel vaso come piedistallo
che imponeva limiti e confini

Poi un di fui dimenticata
Ebbi sete e gridai il dolore.
La mia voce, voce inascoltata
di chi parla senza usar parole

Fu la morte, meravigliosa madre,
a seccare, con la mano ossuta
le giovani mie radici magre
assetate da mano conosciuta.

Mia e’ la storia di chi soffre muto
Di chi al mondo viene e nessuno vuole
Di chi vuole vivere e invano cerca aiuto
E implora, chiama, senza usar parole…

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