BulimicaMenteTossica

 

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Che ne sapete dei miei profondi vuoti
Dei miei inferni, le mie desolazioni
Di una famiglia di scarafaggi e topi
Di miseria e violente punizioni.

Ho provato a ingoiar tutto l’amore
che cerco’ quella bimba maledetta,
ma la colpa mi distrugge ed il mio cuore
lo risucchia e di colpo lo rigetta.

Madre dimmi, ti delusero poi tanto
quelle carni di fragili bambine?
Meduse dal fastidioso pianto
portatrici di colpevoli vagine.

Padre, tu senza eredi maschi,
la tua pena io la ricordo ancora
Mai un giorno ci fu che soffocasti
il tuo odio dentro la tua gola.

Ed il cibo diviene l’unico amore
con cui voi nutriste questo corpo
Mi assopisce un attimo il dolore
e per un attimo sparisce ogni ricordo

Non ho tregua, ne pace. E’ una tortura
Da sempre mi amo e mi tradisco
Mangio e vomito, mistica lordura
e ogni volta rinasco e mi abortisco.

La colomba e la cornacchia

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La primavera, lieve e serena, cominciava a danzare sul seme bianco e freddo con cui l’inverno aveva ricoperto la terra.
Ad ogni sua piroetta esso svaniva, scoprendo il ventre nero e molle dell’antica Madre, pronta di già a partorire vita nuova.
Il cielo, limpido come l’occhio d’un neonato, lo si poteva respirare.
Davanti alla piccola parrocchia del paese si era già radunata molta gente.

Chi aveva già cominciato a mangiare le crescente calde, farcite d’ogni salume, che le brave massaie servivano allo stand gastronomico, chi a tracannare bicchieri stracolmi di vino sanguigno, chi a comprare i biglietti della lotteria, indetta dal parroco stesso che, vista la Pasqua in arrivo e visto il fratello, proprietario di un numeroso gregge, aveva pensato bene di dare come primo premio un agnellino.

Davanti alla porta spalancate della chiesa, da cui usciva l’odore pungente dell’incenso e della cera fusa, il vecchio prete ringraziava i fedeli,
radunati ad ascoltarlo, sottolineando che gli introiti di quella festa sarebbero stati usati per la ristrutturazione della casa del Signore e della statua della Madonnina, a cui tutti loro -e a quel punto giunse le mani, come per pregare- si erano rivolti, almeno una volta nella vita, per chiedere una grazia.

La statua era situata esternamente, sul lato sinistro dell’entrata della chiesa, posta su di un piedistallo di marmo su cui erano incisi, in latino, i primi versi di una preghiera Mariana.
.
Dolcemente austera, mirava quei volti che ben conosceva, ascoltava quelle voci note di cui aveva sentito le preghiere e le suppliche, che di tanto in tanto erano sfociate in bestemmie.
Ma cos’è la bestemmia,se non la preghiera rabbiosa rivolta ad un genitore che non ascolta?
E Lei lo sapeva e con le mani alzate pareva richiamare ogni anima, promettendo amore incondizionato.

In quell’istante, mentre Don Luigi invitava tutti i partecipanti a comprare altri biglietti della lotteria e a gustare senza sensi di colpa,le focacce e le torte preparate con amore dalle pie donne, sostenendo-“non si fa peccato di gola a mangiare per una buona causa”- arrivò… .

…Un tardivo fiocco di neve, la materializzazione d’un pensiero d’amore, e tutti si fermarono, rimanendo come statue, e l’aria parve solidificarsi e tutto sembro’ come racchiuso in una sfera di cristallo.

Il vociare degli adulti, le risa dei bambini, la parola d’ogni creatura si ammutolirono davanti all’apparizione della pace.

La colombella frullò tre volte sui volti incantati dei paesani poi andò a posarsi sulla testolina della Vergine.
Fissò quell’ammasso di corpi coi suoi occhietti lucidi e neri, che colpivano il cuore di chi li incrociava, così in contrasto con il candore immacolato di quelle piume.

Come se, chi l’aveva creata, avesse voluto macchiare quel simbolo di purezza con due gocce di peccato, per ricordarci che nessuno è innocente.

“ OH!” -gridarono i bambini
“Guarda che bella!-facevano loro notare i genitori e i nonni- si è posata proprio sul capino della Madonnina. Che carina!”
” Porta bene!” Esclamò’ una bella signora, sputando pezzi di bolo dalla bocca piena.
“Avrà fame” -intervenne una ragazza avvinghiata ad un giovanotto sorridente.
“Si”-annuì una signora, lanciando al suolo un pezzetto di cibo, e tutti la imitarono.
L’animaletto planò delicatamente su quelle offerte, si posò al suolo e incominciò a beccare avidamente.
“Gradisce”- sentenziò una nonna, mostrando un sorriso sdentato.
Allora incominciò il lancio delle offerte, con pezzi di cibo sempre più consistenti, come se si fosse aperta una tacita gara di altruismo.
E la colombina gradiva, eccome.
Camminava tra le gambe delle persone, senza timore.

Dall’alto ramo di un pino, accanto ad un nido di cuoricini implumi che pigolavano, una cornacchia guardava interessata la scena.
Aveva fame e fame avevano i suoi bambini e tutto quel ben di Dio l’allettava e la chiamava con la voce della sopravvivenza.
Trovò il coraggio, sicura che il cibo fosse per chiunque, e volò verso la chiesetta.
Arrivò nel bel mezzo della festa, nera come il demonio, con la sua voce stonata e sgraziata si annunciò.

Si posò al suolo, e incominciò a beccare con la fretta della madre che raccoglie il cibo da portare ai propri figli .
Un coro di ” nooo!”, l’accolse.
” Che brutta bestiaccia!”- gridarono alcuni, mentre altri, facendosi il segno della croce sentenziarono:” Annuncia disgrazia!”, ” Porta male! Porta morte!”…

…Poi, quando la colomba vedendo il nero uccellaccio, fuggì impaurita, rifugiandosi sul capo della Madonnina, scattò l’ira “dell’esercito dei giusti”.

Con un coro di indignazioni, incominciarono a scacciare la “maledetta” con urla e calci, prontamente schivati dall’uccello, che con piccoli voli si spostava mesta per ritornare a beccare qualche briciola.

“ Ah, non vuoi proprio capire!”- Sibilò il prete con un ghigno che di compassionevole aveva davvero poco, poi raccolse una grossa pietra da terra e la scagliò contro il nero invasore.
La colpì -“sono un grande cacciatore”- si vantò
“si vede!”- belarono le sue pie pecorelle

La cornacchia cercò di scappare volando, ma l’ala colpita le doleva e non riuscì a spiccare il volo.
L’arto era rotto, e ciondolava allo stesso modo in cui ciondolano dai muri i manifesti semi staccati, che il vento prima o poi getterà al suolo.
Fu un attimo.
La goffaggine di quell’animale brutto e sofferente risvegliò il sadismo che respira nel lato più oscuro d’ogni essere umano e per lei iniziò il calvario.

Tutti cercavano pietre da scagliarle addosso, bimbi, vecchi, giovani, genitori, tutti, nessuno escluso.
Lei gridava il suo tormento per come sapeva e poteva, gracchiando, e più il dolore aumentava e più la sua voce diveniva antipatica, stridula, fastidiosa.
Allora cominciarono a mirare la testina, per ammazzarla e farla tacere per sempre.
Alcuni colpi avevano aperto sul suo corpicino profonde ferite che sanguinavano copiosamente.
Si trascinava, cumulo di piume e sangue.
Il suolo fangoso ostacolava il suo fuggire.
Di tanto in tanto alzava gli occhietti attoniti, in cerca di un perché a tutta quella crudeltà.
Ad un tratto sentì forte e chiaro il richiamo dei suoi piccoli affamati e con il coraggio di cui solo una madre può essere capace, si rialzò a fatica sulle due zampette e cercò di fuggire verso il pino su cui era nascosto il nido.
Gracchiava forte, disperata, nessuno capiva che rispondeva ai suoi figli.

L’intolleranza verso di lei crebbe: “Fa male agli orecchi, quel brutto uccellaccio. ..Ora basta!”
Il giovane si liberò dalle braccia della sua fidanzata, raccolse da terra una tavola di legno alla cui estremità fiorivano chiodi lunghi e arrugginiti e incominciò a rincorrere quel grumo di sangue e una volta raggiunto lo colpì ferocemente.

Il suo viso era storpiato dal piacere .

E intanto picchiava, picchiava, sordo ai pianti dell’animale che a poco a poco si affievolirono, fino al colpo di grazia.

Era morta, l’aveva ammazzata.
Aveva raggiunto l’orgasmo più intenso della sua vita.
Aveva assaporato il potere di uccidere, uccidere una creatura spiacevole,brutta, nera, portatrice di jella.

Si sentiva bene.
Si sentiva giusto.

Quando tornò verso il gruppo lo accolse l’abbraccio profumato di Isabella e l’applauso caldo dei suoi paesani.
Era un eroe.

La colombella, che fino ad allora era stata a guardare la scena, appollaiata al sicuro sulla testa della Signora, scese con la leggerezza di un angelo e ricominciò ad assaggiare un po questo e un po quello.

Intanto, Marta la matta, che si era nascosta dietro al sempreverde, per paura che quelle pietre arrivassero anche a lei, com’ era spesso successo, si trascinò goffamente verso quel corpicino straziato.
“Poverina-piangeva la giovane donna, raccogliendo l’animale – poverina, che facevi di male? Io li ho sentiti i tuoi bimbi chiamarti, e ora moriranno anche loro….”

“Guarda, c’è Marta la matta” _cantalinerano i bambini.
Alcuni adulti scossero il capo, impietositi da quella donna goffa, sempre vestita di nero, che parlava con gli animali e gli alberi, sostenendo che questi le rispondessero.

Altri gridarono “ Va via, brutta strega! Dove ci sei tu c’è sfiga!”

Il giovane che aveva ucciso la cornacchia la schernì-” Marta la mattaaaa!! Puzziiii!!”
La sua bella scoppio’ in una sonora risata.

“Marta, va a casa!-intervenne don Luigi, poi continuo’ con espressione pensierosa- Non avrebbero dovuto chiudere i manicomi. Persone come lei dovrebbero vivere là…Stiamo cercando, il sig.Sindaco ed io-e con una mano invitò un uomo grassoccio e basso a raggiungerlo sui gradini della chiesetta, da dove parlava- di farla entrare in una struttura idonea. La starà bene e verrà curata…non girerà’ più’ a zonzo per il paese, disturbando chiunque…Povera donna!”

E a quella notizia il paese applaudì

Marta singhiozzando si riavvicinò al pino, dai cui rami gli implumi avevano smesso di chiamare la madre, e la seppellì.
Scavò nel suolo umido, con le dita tozze, una piccola fossa, così che quell’esserino potesse trovare un suo angolo di pace nel ventre della Madre di tutti.

Intanto, saltellando tra una briciola e l’altra, la colombina si era macchiata il petto col sangue della cornacchia.
Infastidita da quel liquido, tornò a posarsi sul capo della Vergine, per pulirsi.
Mentre si puliva qualche goccia di quel sangue misto a fanghiglia cadde sul volto di Maria, scivolò lungo gli occhi cerulei e le rigò le gote: la Madonna piangeva.

I fedeli non si accorsero di nulla.
I fedeli riempivano piatti e bicchieri.

Erano felici che quel brutto, nero uccellaccio non fosse più tra loro.

Non avrebbe più spaventato la colombina.

Erano felici che, di li a poco, avrebbero rinchiuso Marta la matta in una strutta idonea.
Non avrebbe più spaventato i loro bambini.

Don Luigi , un po’ brillo gridava, invitandoli a comprare i biglietti della sua lotteria-

” Uno degli agnellini sarà nel vostro piatto a Pasqua, signori, è un gran primo premio!…Giocate! Giocate! La chiesa ha bisogno del vostro aiuto, Dio ve ne renderà merito!”

Il pomeriggio ormai lasciava posto alla sera, l’aria era fredda e nel cielo limpido il sole si era liquefatto inondandolo di sangue.

A Marta la matta, da dietro all’albero dov’era tornata a rifugiarsi, parve che il sangue del cielo si unisse a quello lasciato in terra dalla povera bestiola, così che non riusciva più a distinguere il paradiso dall’inferno.

Il rumore del dolore

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Zing!
Che male
questa scheggia che
buca il cuore
ogni giorno in cui il sole
risale
dagli abissi di buio candore

Ahi Ahi!
Che dolore!

Pluff!

Entra qui,
nel mar
rosso sangue,
come lacrima di lastra di vetro
e tortura questa mente che langue
quando si volta indietro

Crash!
In frantumi cervello e parole:
tante stille di colori diversi
schizzan dai crateri del cuore
mutandosi in catartici versi

La difesa dello scarafaggio

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Stilla di buio su zampe veloci,
tremule antenne che sentono voci.
Vivo nel buio e nel putrido olezzo.
Son la creatura che desta ribrezzo

Vivo lontano dal cielo e dal sole,
figlio sbagliato d’ un sadico amore
che mi condanna a chieder perdono
per essere solo ciò che io sono.

Cresco e mi nutro dentro ai tuoi scarti
Son della Madre l’orrido raggio
Io sento il peso di suole e di sguardi
pronti a schiacciare LO SCARAFAGGIO

Ma tu non capisci, arido umano,
angelo bello che porta la morte
figlio d’un dio nazista ed ariano:
dai tuoi veleni rinasco più forte!

Odiami, or su, sputami addosso
l’incubo sono lesto e silente,
il putrido marcio che scaltro hai rimosso
ma nel tuo cuore vive latente

Sono la blatta, lo sporco, il malato
Son l’anticristo, l’essere immondo
Sono la morte che punì il tuo peccato,
l’orrido volto del tuo splendido mondo

La sposa

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La sposa taglia il vestito
e getta i brandelli sul mondo
gridando al rozzo marito:
Mi basto e completo. Io abbondo

di tutto ciò che ti manca
Regina sol di me stessa,
ne nera, ne rossa, ne bianca,
Imperatrice e papessa

prevedo ciò che sarà
Io lupa, Fata e megera,
Madre dell’uomo e si sa
utero di terra nera

La sposa taglia il vestito
e nuda libera e lieve
danza sul mesto marito
ricoprendolo d’algida neve.

Ninna-nanna per mio fratello

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Chissà’ se mamma e papa’ ti hanno riabbracciato, una volta lasciata questa dimensione… Impazzirono di dolore, per te…

Ho tessuto cuscini di stelle
per la bella tua cara testina,
per coprir la tua morbida pelle
ho usato la stoffa piu’ fina
Con le piume degli angeli ho fatto
un bel pigiamino leggero,
così che dal sonno distratto
tu possa volare su, in cielo
E ai piccoli, incerti piedini
scarpine di mille colori,
che tu possa,come tutti i bambini
giocare tra nuvole e fiori.
Ninna nanna per te fratellino.
La palla che amavi ti è accanto,
il papa’, quel lontano mattino
la mise silente, al tuo fianco.
Ninna nanna mio pargolo buono,
nel mio cuore respira il tuo cuore.
Tu per sempre cucciolo d’uomo,
 eterno brandello d’amore.