Le ali della farfalla la forza della fragilita’

image

Pensavo alle mie fragilità e come queste sono state trattate dal contesto famigliare in cui sono nata e cresciuta e ad un tratto l’immagine di una farfalla dalle ali spezzate  ha monopolizzato i miei pensieri.
Le ali della farfalla sono la sua parte più fragile ma, grazie ad esse può volare
Se mani ignoranti, o crudeli spezzassero quelle sue “braccia di cielo”, così tanto delicate, essa sarebbe costretta ad agonizzare al suolo pesante e polveroso, mangiata viva da fameliche formiche….Dovremmo imparare ad ascoltare e a rispettare le nostre e le altrui fragilità, affinché non diventino micidiali ferite ma, ali con cui poter toccare i sogni.

La leggenda del merlo Inno alla diversita’

image

Mi partorì’ la notte dal ventre della terra.
Raccolse le piume degli angeli e le intinse nel suo calamaio.
Due schegge d’opale divennero i miei occhi.
Intrappolo’ i sogni di libertà’, di uguaglianza, di pace in una ragnatela di stelle
e li cucì, per darmi le ali.
Per zampe due rametti di magica allegria…
… Poi, d’un tratto si addormento’, bambina insolente,
lasciandomi senza becco.
Mi aveva lasciato un piccola fessura , sotto gli occhi, con cui potevo respirare e nutrirmi ed io, spinto dalla voglia di vivere che pulsa in ogni creatura, incominciai a zampettare per il bosco, in cerca di cibo, acqua e amici.
Vidi un gruppo di cigni volare sull’acqua limpida di un lago e subito mi avvicinai per conoscerli, ma non feci in tempo a presentarmi che quei candidi punti interrogativi esclamarono : Quanto sei brutto! Ma da dove vieni?
Con uno spillo nel cuore trovai la forza di rispondere: ” Sono figlio della notte…”
-Ecco, tornatene nel buio, così almeno non ti ci si vede!- Mi risposero in coro i cigni e sghignazzando si alzarono in volo.
Percepii dell’acqua gocciare dai miei occhi: era il mio primo pianto di dolore.
Da li in poi incontrai solo derisione e rifiuti.
Ero brutto, incompleto. Non ero come tutti gli altri uccelli.
-Che vivo a fare- pensai- Ora provo a parlare con mamma notte e chiederle di terminare ciò che aveva cominciato e di completarmi, affinché io diventi come loro. Loro che hanno tutto al posto giusto-
Attesi e la notte arrivo’: una lunga collana di stelle, dove la luna ciondolava gialla come un limone, restando sospesa tra aria e terra.
-Mamma- gridai- mamma, aiutami! Sono brutto, manca un pezzo a questo mio corpo. Ti prego, non lasciarmi così! Nessuno mi vuole e sono solo…-
Lei mi strinse con le sue braccia oscure e mi cullo’: -Così sei nato. Che ci posso fare? Io t’amo così come sei- Poi mi pose dolce su di un ramo e stanca sbadiglio’: —Arriva il sole, figlio mio, devo andare. Ricordati ciò che ora ti dico: nessuno può farti sentire brutto e sbagliato, senza il tuo consenso. Non permettere a nessuno di dire chi sei o cosa devi fare. Trova la tua strada e sii forte.-
-Non andare, mamma-piansi- ma lei sparì dietro un luminoso sorriso: era il sole.

Come posso vivere così ridotto?–pensai-
Eppure udivo il battito del mio cuore battere esattamente come i cuori di tutte le altre creature.
Ad un tratto capii le parole di mia madre: non ero inferiore, ero IO!
Alzai gli occhi al cielo, e incrociai  il caldo sguardo del sole e ad un tratto un’idea mi illumino’ .
-Ciao signor sole-sorrisi- posso chiedertelo un favore?
E quel vecchio luminoso e saggio stiracchio’ i suoi raggi e borbottò’ con voce di fuoco:-Se posso accontentarti, lo farò-
-Vedi, avrei bisogno di due frammenti della tua carne. Vorrei metterli qui, su questa mia fessura. Uno sopra e uno sotto…-
-Ahahahah!- tuono’in una risata, il sole-vuoi un becco come tutti gli uccelli hanno-
-Esatto!-
-Ma tu sei tutto nero, figlio della notte, e se userai la mia pelle per farti il becco rischi di diventare ancora più strano di come sei ora-
– Lo so. Ma voglio colorare la mia diversità. –
-E va bene- mi rispose il signore del giorno- come vuoi tu-
Con due raggi si levo’ due lembi di focosa carne e me li sistemo’ sulla fessura, a mo’ di becco.
Com’ero felice!  Imparai, in quel momento che le lacrime potevano bagnare anche la gioia e di gioia piansi.
Volevo ringraziare il sole e lo volevo fare a mio modo. Perché io non volevo più essere come gli altri. Volevo essere me stesso.
Quindi aprii il mio becco e cantai.
Un fischio armonioso uscì dalla mia gola e per un attimo cielo e terra si fermarono e parvero toccarsi e baciarsi…
Io, il merlo mi presentavo al mondo.
Non ero un maestoso cigno, non ero un falco forte e guerriero, non ero un lungo e longilineo fenicottero rosa, ero un piccolo-grande merlo tutto nero, su cui spiccava come fiammella di candela, un becco di carne di sole.
E allora dico a voi, ragazzini che vi sentite incompleti, inadeguati, diversi, vittime di bulletti arroganti:
fermatevi e ascoltate il mio gioioso fischiettare.
E’ il canto di chi non si arrese e trasformò’ la propria diversità’ in forza dirompente.

Antropofaghe radici

image

Siete l’odore pungente d’autunno
Le sue lacrime marce dal fango ingoiate.
Il suo occhio grigio che triste risplende
su secchi ricordi di vivo dolore
Nel buio precoce che divora la luce
che si ammanta di nebbia
per celare l’orrore
della madre che stupra il frutto d’amore,
mentre il padre immobile osserva.
Eppure vi amai, vi amai e v’amo,
e vi chiamai
madre tortura e padre padrone.
Radici di sangue,
affogate in putridi sensi di colpa.
Bocche cannibali che divoraste i vostri germogli,
e inconsapevolmente
lasciaste in vita i loro resti migliori

Nessuno busso’ alle porte della Medusa

image

E dal passato ritorni, sporca e puzzolente di alcol e vomito.

Sotto le unghie il sangue della figlia che torturavi.

Sento l’odore dell’urina che lasciava lungo la casa, mentre la trascinavi per i capelli e la prendevi a calci nel basso ventre: “puttane! Femmine puttane e maledette. ..Bastarda, crepa!”
Avevamo quattro, cinque anni.

Lei era la mia sorellina, colpevole di non assomigliare al figlio maschio, deceduto prima della nostra nascita, al quale io assomigliavo tanto.

Fu una delle poche fortune della mia vita.

Tutti sapevano.

Nessuno busso’ alla nostra porta, per aiutare tu e noi.

Eri tu la matta, loro i sani e questo bastava alle loro coscienze.

Tu, madre oscena.
Loro madri materne, che assistettero senza muovere un dito agli orrori che si perpetravano tra le mura di una casa.

A voi madri cattive, madri oscure, Signore della Tortura e della morte.

Voi che massacrate i vostri figli, come fossero bestemmie da ricacciare in gola all’infedele,

DICO :

Bruciate all’inferno, che Dio non vi vuole per non turbare il cuore della Madonnina.

Voi siete Meduse che generano Meduse e pietrificate.

O vi tagliano la testa o niente.

Vi lasciano al vostro schifoso destino di merda, di urina, di sangue e di dannazione.

Crepate voi e i vostri aborti partoriti!

Tanto nessuno busserà’ alla vostra porta!

image

E’ finita.

E’ duro dirlo, e’ perfino doloroso pensarlo, ma e’ finita…
Quattordici anni trascorsi accanto ad un uomo che ho voluto con la stessa forza istintiva con cui i polmoni vogliono l’aria : senza di lui soffocavo.
Ho cercato il suo amore, l’ho supplicato, l’ho “comprato” annientandomi per lui, esaudendo, come potevo, ogni suo desiderio, ogni sua richiesta, anche quelle non dette, perché riuscivo a leggergli l’anima, poiché ero fusa in lui.
Per fortuna l’amore non si compra, nemmeno con l’amore stesso.
E lui che, fin dagli inizi del rapporto mi fece capire quanto fossi lontana dal suo ideale di donna,( estetico/emotivo/ ecc…), non ricambio’ mai il mio Amore.
Giustamente, credo.
Rimase con me per ” senso del dovere”, imprigionato dalle mie profonde fragilità, dai miei tentati suicidi.
E’ rimasto al mio fianco più come guardiano che come compagno.
Non voleva io mi facessi del male a causa del suo abbandono…e del male ce ne siamo fatti comunque, entrambi…
…Non un progetto comune, il suo atteggiamento tipico di chi detiene più danaro e quindi più potere e il continuo farmi sentire come la ” piccola fiammiferaia” che supplica un soldo in cambio del fuoco di un misero fiammifero…e lui nemmeno fuma.
E’ finita.
Lo amo, lo amo troppo per continuare a tenerlo incatenato al mio vitale bisogno di amore. Del suo amore.
Lo lascio libero.
Vivrò comunque, credo.
Vivrò amandolo, perché se l’amore non si può comprare, non lo si può nemmeno proibire, puoi rifiutarlo, questo si.
E lui l’ha rifiutato.
Sono quattordici anni che lo rifiuta.
E’ finita.
E’ perfino doloroso pensarlo.
La piccola fiammiferaia si lascerà morire di gelo in un angolo del mondo o accenderà con tutti i suoi fiammiferi un immenso fuoco, affinché luce e calore la rigenerino?…Non so…Ora devo solo vomitare quattordici anni di doloroso rifiuto.