La leggenda del merlo Inno alla diversita’

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Mi partorì’ la notte dal ventre della terra.
Raccolse le piume degli angeli e le intinse nel suo calamaio.
Due schegge d’opale divennero i miei occhi.
Intrappolo’ i sogni di libertà’, di uguaglianza, di pace in una ragnatela di stelle
e li cucì, per darmi le ali.
Per zampe due rametti di magica allegria…
… Poi, d’un tratto si addormento’, bambina insolente,
lasciandomi senza becco.
Mi aveva lasciato un piccola fessura , sotto gli occhi, con cui potevo respirare e nutrirmi ed io, spinto dalla voglia di vivere che pulsa in ogni creatura, incominciai a zampettare per il bosco, in cerca di cibo, acqua e amici.
Vidi un gruppo di cigni volare sull’acqua limpida di un lago e subito mi avvicinai per conoscerli, ma non feci in tempo a presentarmi che quei candidi punti interrogativi esclamarono : Quanto sei brutto! Ma da dove vieni?
Con uno spillo nel cuore trovai la forza di rispondere: ” Sono figlio della notte…”
-Ecco, tornatene nel buio, così almeno non ti ci si vede!- Mi risposero in coro i cigni e sghignazzando si alzarono in volo.
Percepii dell’acqua gocciare dai miei occhi: era il mio primo pianto di dolore.
Da li in poi incontrai solo derisione e rifiuti.
Ero brutto, incompleto. Non ero come tutti gli altri uccelli.
-Che vivo a fare- pensai- Ora provo a parlare con mamma notte e chiederle di terminare ciò che aveva cominciato e di completarmi, affinché io diventi come loro. Loro che hanno tutto al posto giusto-
Attesi e la notte arrivo’: una lunga collana di stelle, dove la luna ciondolava gialla come un limone, restando sospesa tra aria e terra.
-Mamma- gridai- mamma, aiutami! Sono brutto, manca un pezzo a questo mio corpo. Ti prego, non lasciarmi così! Nessuno mi vuole e sono solo…-
Lei mi strinse con le sue braccia oscure e mi cullo’: -Così sei nato. Che ci posso fare? Io t’amo così come sei- Poi mi pose dolce su di un ramo e stanca sbadiglio’: —Arriva il sole, figlio mio, devo andare. Ricordati ciò che ora ti dico: nessuno può farti sentire brutto e sbagliato, senza il tuo consenso. Non permettere a nessuno di dire chi sei o cosa devi fare. Trova la tua strada e sii forte.-
-Non andare, mamma-piansi- ma lei sparì dietro un luminoso sorriso: era il sole.

Come posso vivere così ridotto?–pensai-
Eppure udivo il battito del mio cuore battere esattamente come i cuori di tutte le altre creature.
Ad un tratto capii le parole di mia madre: non ero inferiore, ero IO!
Alzai gli occhi al cielo, e incrociai  il caldo sguardo del sole e ad un tratto un’idea mi illumino’ .
-Ciao signor sole-sorrisi- posso chiedertelo un favore?
E quel vecchio luminoso e saggio stiracchio’ i suoi raggi e borbottò’ con voce di fuoco:-Se posso accontentarti, lo farò-
-Vedi, avrei bisogno di due frammenti della tua carne. Vorrei metterli qui, su questa mia fessura. Uno sopra e uno sotto…-
-Ahahahah!- tuono’in una risata, il sole-vuoi un becco come tutti gli uccelli hanno-
-Esatto!-
-Ma tu sei tutto nero, figlio della notte, e se userai la mia pelle per farti il becco rischi di diventare ancora più strano di come sei ora-
– Lo so. Ma voglio colorare la mia diversità. –
-E va bene- mi rispose il signore del giorno- come vuoi tu-
Con due raggi si levo’ due lembi di focosa carne e me li sistemo’ sulla fessura, a mo’ di becco.
Com’ero felice!  Imparai, in quel momento che le lacrime potevano bagnare anche la gioia e di gioia piansi.
Volevo ringraziare il sole e lo volevo fare a mio modo. Perché io non volevo più essere come gli altri. Volevo essere me stesso.
Quindi aprii il mio becco e cantai.
Un fischio armonioso uscì dalla mia gola e per un attimo cielo e terra si fermarono e parvero toccarsi e baciarsi…
Io, il merlo mi presentavo al mondo.
Non ero un maestoso cigno, non ero un falco forte e guerriero, non ero un lungo e longilineo fenicottero rosa, ero un piccolo-grande merlo tutto nero, su cui spiccava come fiammella di candela, un becco di carne di sole.
E allora dico a voi, ragazzini che vi sentite incompleti, inadeguati, diversi, vittime di bulletti arroganti:
fermatevi e ascoltate il mio gioioso fischiettare.
E’ il canto di chi non si arrese e trasformò’ la propria diversità’ in forza dirompente.

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