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Nelle tue mani

Nelle tue mani danza un carnevale.
Lo vidi una notte,
mentre dormivi
e io, piano, piano
avvicinai il mio viso alle tue dita potenti
Vidi quando, da bambino disegnavi soli sorridenti
e alberi senza foglie,
e quando, per le strade grigie di solitudine,
stringevi forte il manubrio della prima bicicletta,
e pedalavi verso l’ignoto,
in cerca di una madre, persa troppo presto.
Vidi l’odore di un potente mare
e i volti impassibili di antichi ulivi.
Nelle tue mani,
in cui le tue radici germogliano ricordi,
scorsi correre la tarantola,
al suono di frenetici tamburi…
…Una notte,
quella notte,
ebbra di sorsi di te
mi addormentai,
risvegliandomi in un colorato caos,
col cuore
nelle tue mani.

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Fantasmi

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Alba oscura, la notte
Sorge su oniriche terre,
e risveglia i fantasmi che il giorno assopisce
Li ho uditi camminare lungo il mio corpo,
dal pube al cuore,
dal cuore al cervello
Grondanti amore e sangue,
rifiuto e comprensione,
schizofreniche ombre luminose
Foste il sole a picco sulla pianta assetata,
innocenti carnefici,
dannati in cerca di un Dio assente,
che di noi si dimentico,’
dopo averci legati gli uni all’altra
con catene d’amore.

Cuore di cane

 

 

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Ti aspetterò’
in un angolo del mondo,
nel silenzio dei miei giorni senza vita
Celato dal buio più profondo
vivrò
come mano senza dita.
Ogni aurora
e’
tragico tramonto
da quel giorno afoso di dolore
in cui vidi,
in meno di un secondo,
sparire nel rombo di un motore
la ragione del mio più grande amore.
Ti spetterò’
sul ciglio della strada
dove sparisti,senza mai tornare.
Ti aspetterò,
qualunque cosa accada,
fino a che
avrò’ forza a respirare…
… Sono qui,
nel silenzio rumoroso,
sotto il sole che piano mi divora,
e ti aspetto,
ti attendo fiducioso
come il buio
attende la sua aurora…
… E nel buio che ora
mi travolge
e nel freddo che rapido
mi avvolge,
sul mio cuore sento la tua mano
e la tua voce
che sussurra: T’amo…

 

 

 

I giorni dell’amore

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Mi innamorai di Angelo.
Avevamo sette anni e lui rischio’ di rompersi l’osso del collo per rubare un bianco grappolo all’ippocastano che, troneggiavo nell’immenso campo, davanti a casa nostra.
Scese dal gigante di legno, rosso e sudato, ma fiero.
Sguardo limpido ed immenso, mi porse la bianca fiamma di petali e giuro’ che mi avrebbe sposata.
Divenni gioia in un secondo e strinsi a me l’odoroso dardo d’amore.

Il tempo ci divise.
Io, sola, viva in dimensioni altre e morta in questa.
Lui, fidanzato e ambito.
Alla fine decise di sposare una calibro 38: se la mise in bocca e sparo’ un colpo.
Aveva ventidue anni.

Poi mi innamorai di Marco.
Avevo dodici anni.
Lui, il bello del quartiere.
Un Apollo adolescente.
Io, centodieci chili di tristezza.
Un’obesa Medusa.
Le uniche attenzioni che ottenni da Marco furono le risatine di scherno quando passavo davanti al ritrovo della sua compagnia.

E fu il turno di Mirco.
L’ispettore della Digos che indagava sulla mia vita di antispecista anarchica e ribelle.
Avevo vent’ anni
Bella dall’apparenza maledetta
Mirco non seppe mai che, mentre perquisiva la casa dove vivevo, fantasticavo sui suoi muscoli sanguigni…E non seppe mai quante volte glielo succhiai avidamente, nei miei sogni umidi e osceni…Oh ispettore, mio bell’ispettore…

A trentacinque anni decisi di salire su una BMW color rossopassione e seguire un “antroporso” con cui ancora condivido la vita.

A cinquant’anni  ho incontrato una donna.
Una donna come tante altre, mille difetti, cento pregi.
Il cuore e i fianchi ricamati di smagliature.
Odora di ippocastano, di cibo ingerito e vomitato, di sogni rivoluzionari, di rossopassione alla benzina.
Mi sono innamorata di lei.
Si chiama Morena, Morena Menzani.

Eterni bambini

imageIl tuono mi perfora il cranio
Mi scoppia nella testa.
Chiudo gli occhi.
Cammino su una strada di campagna, nubi grigie corrono sui verdi prati che tremano impauriti.
All’improvviso da un cespuglio vedo spuntare due scarpine rosse ricamate di fiorellini celesti: una bimba si cela dietro ad un cespuglio?
Che ci fa fuori casa, sotto a questo temporale?
Mi fermo e mi avvicino.
Lei salta fuori lesta, come leprotto scovata dal cacciatore.
Il volto di chi cerca un amore perduto.
Occhi immensi come laghi da cui, lo sai, usciranno draghi singhiozzanti fuoco.
” Ciao, che ci fai fuori con questo tempo? Come ti chiami? Io mi chiamo Morena…”
Sogghigna muta.
Mi guardo intorno e mi rendo conto di essere circondata da bambini.
Piccoli, veloci, vivi di sofferente rabbia.
Scarpette corrono tra l’erba fradicia.
Sotto lo scrosciare di un pianto infernale, cantano
Vocine piccole, innocenti come il gatto che squarta l’uccellino caduto dal nido.
Cantilena giocosa che il vento prende tra le braccia e semina nei miei timpani
” Dove corri? Dove vai?
Non c’è uscita, tu lo sai
Non c’è strada di ritorno
non c’è notte, non c’è giorno
solo mura senza porte
prigionieri della morte…”
Scuoto il capo, respiro affannosamente
” Non capisco…”
Inizio a correre
Un lampo sorride sinistro sul volto del cielo
La cantilena continua
Vedo un cancello, lo raggiungo
E’ chiuso con una catena tenuta da un lucchetto. Tutto e’ arrugginito.
Ad un tratto una manina bianca tocca il cancello e lo apre
Scappo fuori. Mi giro per ringraziare il bambino che mi ha aiutata
Il cancello si richiude con un urlo sordo
Al di la un cucciolo d’uomo di due anni mi fissa. Ha occhi grandi e neri come il dolore.
“Moreno!”
Accenna un sorriso
Mi avvicino alle cancellata e allungo una mano, per accarezzarlo.
E’ il mio fratellino morto prima che io nascessi.
” Piccolo- sussurro- Fin…”
Un’ombra scura appare alle sue spalle, lo avvolge e mi sputa addosso parole di rabbia: “Sono i bambini condannati a restare tra la terra e il cielo! E sai chi li condanno’? Li condanno’ chi li amo’ , poiché li amo’ tanto da non lasciarli andare, neanche da morti… ”
Mi sveglio con la nausea. Ho freddo
La pioggia picchia sui vetri della finestra
Mi alzo da letto. Ho bisogno di un caffè.
Mentre arranco verso la cucina sento un suono lieve. Mi fermo… E’ la campana eolica appesa al soffitto del terrazzo, che canta:

” Dove corri? Dove vai?
Non c’è uscita, tu lo sai
Non c’è strada di ritorno
non c’è notte, non c’è giorno
solo mura senza porte
prigionieri della morte…”

Tole’:ricordi d’inverno

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Fiorisce il campanile di petali sonanti
Borbottano profumi di magico calore
Nel camino bruciano ricordi scoppiettanti
Il ciel semina chicchi speziati di candore

La torta alla mostarda sa di nonna Enrica
La salsa colorata mi parla della zia…
…La zia che bella mora! La zia che brutta vita!
Rincorse un vecchio amore e questo volo’ via…

…Le sorelline ed io col naso contro i vetri
“Ma, quanta neve , quanta! Qui non smette più!”
“Saranno più di sei, o forse sette metri…”
“Come gli eschimesi vivremo negli igloo”

Poi a ridere serene davanti al bianco immenso
Qui tutto sa di pace e di famiglia vera
Mentre il ciel ricopre di uno strato denso
il mondo che ci guarda e par diventi cera.

Tole’,  

quanto tempo!…Mille anni or sono!

Stille di un ricordo color di bianca neve.
Io ti sono grata poiché tu fosti buono,
mio piccolo paese, paterno mio presepe,
mi donasti giorni di placido candore,
unici ricordi vissuti nell’amore.

Nessuno busso’ alle porte della Medusa

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E dal passato ritorni, sporca e puzzolente di alcol e vomito.

Sotto le unghie il sangue della figlia che torturavi.

Sento l’odore dell’urina che lasciava lungo la casa, mentre la trascinavi per i capelli e la prendevi a calci nel basso ventre: “puttane! Femmine puttane e maledette. ..Bastarda, crepa!”
Avevamo quattro, cinque anni.

Lei era la mia sorellina, colpevole di non assomigliare al figlio maschio, deceduto prima della nostra nascita, al quale io assomigliavo tanto.

Fu una delle poche fortune della mia vita.

Tutti sapevano.

Nessuno busso’ alla nostra porta, per aiutare tu e noi.

Eri tu la matta, loro i sani e questo bastava alle loro coscienze.

Tu, madre oscena.
Loro madri materne, che assistettero senza muovere un dito agli orrori che si perpetravano tra le mura di una casa.

A voi madri cattive, madri oscure, Signore della Tortura e della morte.

Voi che massacrate i vostri figli, come fossero bestemmie da ricacciare in gola all’infedele,

DICO :

Bruciate all’inferno, che Dio non vi vuole per non turbare il cuore della Madonnina.

Voi siete Meduse che generano Meduse e pietrificate.

O vi tagliano la testa o niente.

Vi lasciano al vostro schifoso destino di merda, di urina, di sangue e di dannazione.

Crepate voi e i vostri aborti partoriti!

Tanto nessuno busserà’ alla vostra porta!