Archivi categoria: autostima

I giorni dell’amore

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Mi innamorai di Angelo.
Avevamo sette anni e lui rischio’ di rompersi l’osso del collo per rubare un bianco grappolo all’ippocastano che, troneggiavo nell’immenso campo, davanti a casa nostra.
Scese dal gigante di legno, rosso e sudato, ma fiero.
Sguardo limpido ed immenso, mi porse la bianca fiamma di petali e giuro’ che mi avrebbe sposata.
Divenni gioia in un secondo e strinsi a me l’odoroso dardo d’amore.

Il tempo ci divise.
Io, sola, viva in dimensioni altre e morta in questa.
Lui, fidanzato e ambito.
Alla fine decise di sposare una calibro 38: se la mise in bocca e sparo’ un colpo.
Aveva ventidue anni.

Poi mi innamorai di Marco.
Avevo dodici anni.
Lui, il bello del quartiere.
Un Apollo adolescente.
Io, centodieci chili di tristezza.
Un’obesa Medusa.
Le uniche attenzioni che ottenni da Marco furono le risatine di scherno quando passavo davanti al ritrovo della sua compagnia.

E fu il turno di Mirco.
L’ispettore della Digos che indagava sulla mia vita di antispecista anarchica e ribelle.
Avevo vent’ anni
Bella dall’apparenza maledetta
Mirco non seppe mai che, mentre perquisiva la casa dove vivevo, fantasticavo sui suoi muscoli sanguigni…E non seppe mai quante volte glielo succhiai avidamente, nei miei sogni umidi e osceni…Oh ispettore, mio bell’ispettore…

A trentacinque anni decisi di salire su una BMW color rossopassione e seguire un “antroporso” con cui ancora condivido la vita.

A cinquant’anni  ho incontrato una donna.
Una donna come tante altre, mille difetti, cento pregi.
Il cuore e i fianchi ricamati di smagliature.
Odora di ippocastano, di cibo ingerito e vomitato, di sogni rivoluzionari, di rossopassione alla benzina.
Mi sono innamorata di lei.
Si chiama Morena, Morena Menzani.

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Il risveglio di Proserpina

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Piange Proserpina
all’ombra del sole
stanca di vita,
stanca d’amore
d’essere ambita
da madre e marito
Stanca e’Proserpina
d’essere un mito.

“Se tu non verrai
io morirò'”-
Geme Demetra
nel sadico inverno-
“Torna oppure
mi arrabbierò!”-
Ade minaccia
dal buio averno-

“Lasciatemi in pace!
Lasciate che faccia
ciò che mi pare
ciò’ che mi piace
Son desiderio
che cerca piacere,
il proprio criterio
di come godere

Non sono cosa
In vostra balia!
Ne figlia, ne sposa:
IO SONO MIA!”

Le ali della farfalla la forza della fragilita’

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Pensavo alle mie fragilità e come queste sono state trattate dal contesto famigliare in cui sono nata e cresciuta e ad un tratto l’immagine di una farfalla dalle ali spezzate  ha monopolizzato i miei pensieri.
Le ali della farfalla sono la sua parte più fragile ma, grazie ad esse può volare
Se mani ignoranti, o crudeli spezzassero quelle sue “braccia di cielo”, così tanto delicate, essa sarebbe costretta ad agonizzare al suolo pesante e polveroso, mangiata viva da fameliche formiche….Dovremmo imparare ad ascoltare e a rispettare le nostre e le altrui fragilità, affinché non diventino micidiali ferite ma, ali con cui poter toccare i sogni.

La leggenda del merlo Inno alla diversita’

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Mi partorì’ la notte dal ventre della terra.
Raccolse le piume degli angeli e le intinse nel suo calamaio.
Due schegge d’opale divennero i miei occhi.
Intrappolo’ i sogni di libertà’, di uguaglianza, di pace in una ragnatela di stelle
e li cucì, per darmi le ali.
Per zampe due rametti di magica allegria…
… Poi, d’un tratto si addormento’, bambina insolente,
lasciandomi senza becco.
Mi aveva lasciato un piccola fessura , sotto gli occhi, con cui potevo respirare e nutrirmi ed io, spinto dalla voglia di vivere che pulsa in ogni creatura, incominciai a zampettare per il bosco, in cerca di cibo, acqua e amici.
Vidi un gruppo di cigni volare sull’acqua limpida di un lago e subito mi avvicinai per conoscerli, ma non feci in tempo a presentarmi che quei candidi punti interrogativi esclamarono : Quanto sei brutto! Ma da dove vieni?
Con uno spillo nel cuore trovai la forza di rispondere: ” Sono figlio della notte…”
-Ecco, tornatene nel buio, così almeno non ti ci si vede!- Mi risposero in coro i cigni e sghignazzando si alzarono in volo.
Percepii dell’acqua gocciare dai miei occhi: era il mio primo pianto di dolore.
Da li in poi incontrai solo derisione e rifiuti.
Ero brutto, incompleto. Non ero come tutti gli altri uccelli.
-Che vivo a fare- pensai- Ora provo a parlare con mamma notte e chiederle di terminare ciò che aveva cominciato e di completarmi, affinché io diventi come loro. Loro che hanno tutto al posto giusto-
Attesi e la notte arrivo’: una lunga collana di stelle, dove la luna ciondolava gialla come un limone, restando sospesa tra aria e terra.
-Mamma- gridai- mamma, aiutami! Sono brutto, manca un pezzo a questo mio corpo. Ti prego, non lasciarmi così! Nessuno mi vuole e sono solo…-
Lei mi strinse con le sue braccia oscure e mi cullo’: -Così sei nato. Che ci posso fare? Io t’amo così come sei- Poi mi pose dolce su di un ramo e stanca sbadiglio’: —Arriva il sole, figlio mio, devo andare. Ricordati ciò che ora ti dico: nessuno può farti sentire brutto e sbagliato, senza il tuo consenso. Non permettere a nessuno di dire chi sei o cosa devi fare. Trova la tua strada e sii forte.-
-Non andare, mamma-piansi- ma lei sparì dietro un luminoso sorriso: era il sole.

Come posso vivere così ridotto?–pensai-
Eppure udivo il battito del mio cuore battere esattamente come i cuori di tutte le altre creature.
Ad un tratto capii le parole di mia madre: non ero inferiore, ero IO!
Alzai gli occhi al cielo, e incrociai  il caldo sguardo del sole e ad un tratto un’idea mi illumino’ .
-Ciao signor sole-sorrisi- posso chiedertelo un favore?
E quel vecchio luminoso e saggio stiracchio’ i suoi raggi e borbottò’ con voce di fuoco:-Se posso accontentarti, lo farò-
-Vedi, avrei bisogno di due frammenti della tua carne. Vorrei metterli qui, su questa mia fessura. Uno sopra e uno sotto…-
-Ahahahah!- tuono’in una risata, il sole-vuoi un becco come tutti gli uccelli hanno-
-Esatto!-
-Ma tu sei tutto nero, figlio della notte, e se userai la mia pelle per farti il becco rischi di diventare ancora più strano di come sei ora-
– Lo so. Ma voglio colorare la mia diversità. –
-E va bene- mi rispose il signore del giorno- come vuoi tu-
Con due raggi si levo’ due lembi di focosa carne e me li sistemo’ sulla fessura, a mo’ di becco.
Com’ero felice!  Imparai, in quel momento che le lacrime potevano bagnare anche la gioia e di gioia piansi.
Volevo ringraziare il sole e lo volevo fare a mio modo. Perché io non volevo più essere come gli altri. Volevo essere me stesso.
Quindi aprii il mio becco e cantai.
Un fischio armonioso uscì dalla mia gola e per un attimo cielo e terra si fermarono e parvero toccarsi e baciarsi…
Io, il merlo mi presentavo al mondo.
Non ero un maestoso cigno, non ero un falco forte e guerriero, non ero un lungo e longilineo fenicottero rosa, ero un piccolo-grande merlo tutto nero, su cui spiccava come fiammella di candela, un becco di carne di sole.
E allora dico a voi, ragazzini che vi sentite incompleti, inadeguati, diversi, vittime di bulletti arroganti:
fermatevi e ascoltate il mio gioioso fischiettare.
E’ il canto di chi non si arrese e trasformò’ la propria diversità’ in forza dirompente.

La goccia

 

 

 

Mi partorì l’infinito cielo,
eiaculando una tempesta infinita
nell’infinito ventre nero
della Madre, seme d’ogni vita.
Inutile goccia d’infinita fine,
caddi rovinosa su quel nero
molle, che odorava di concime
di sangue e di atavico mistero

Una scintilla liquida io ero
piccolo, inutile pensiero
di un universo d’ infiniti Dei.
Un grumo di ” se fossi” e ” come vorrei”.

Mentre morivo, ingoiata dalla Madre
piangevo la mia inutile esistenza.
Piccola stilla d’infinita trasparenza,
partorita da un lontano padre

Ora che non sono e ovunque sono
compreso ho il lesto mio apparire:
dissetai quel seme, rinfrescai quell’uomo,
ridestai il cuore in procinto di morire…

…E capisco il senso d’ogni vita:
non siam che  gocce nell’eternità infinita.

Farfalla d’autunno

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Vidi farfalla volare irrequieta
sopra un sudario di foglie fangose
Fulgida e lieve come la seta
frullava cercando primule e rose

Ma era d’autunno e tutto era spoglio,
(vecchio tremante che attende la morte),
ed essa pareva in mar, senza scoglio
bimba sperduta che sfida la sorte

Stanca la vidi posarsi su un ramo
trafitta da un cielo gonfio di pianto,
anima sola, cercava un ” ti amo”
ed ebbe uno schiaffo di vento, soltanto

Io la guardai, triste e impotente
mentre impazziva, fragile cuore.
Povera vita! Vita da niente
morta d’autunno, in cerca d’un fiore