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Dagli abissi del cielo

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Dagli abissi del cielo emergono oscuri mostri
Ringhiano, corrono, ruggiscono
Alcuni sono draghi, altri sirene,
altri ancora volti grotteschi
Dalle loro enormi fauci spalancate
esce copiosa bava
con cui dissetano la terra.
Gli adulti mi insegnarono essere un semplice temporale
Mi spiegarono scientificamente i nembi,
i tuoni, i lampi, la pioggia
e io feci finta di capire,
di credere ai loro pesanti concetti.
Eppure, ancora adesso,
mentre attraverso la soglia che mi conduce al mio autunno,
davanti a un temporale
io vedo mostri oscuri emergere dagli abissi del cielo.
Draghi, sirene, volti grotteschi
urlanti, ruggenti, rabbiosi
dalle cui enormi fauci
scende la bava che disseta la terra.

Il risveglio di Proserpina

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Piange Proserpina
all’ombra del sole
stanca di vita,
stanca d’amore
d’essere ambita
da madre e marito
Stanca e’Proserpina
d’essere un mito.

“Se tu non verrai
io morirò'”-
Geme Demetra
nel sadico inverno-
“Torna oppure
mi arrabbierò!”-
Ade minaccia
dal buio averno-

“Lasciatemi in pace!
Lasciate che faccia
ciò che mi pare
ciò’ che mi piace
Son desiderio
che cerca piacere,
il proprio criterio
di come godere

Non sono cosa
In vostra balia!
Ne figlia, ne sposa:
IO SONO MIA!”

Giuda e Gesù

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Tremanti le membra, il viso sconvolto,
fisso lo sguardo sul pallido volto:
” Macabro il gioco del tuo genitore,
ben disegnato, mio dolce Signore,
perché il suo mite, umile agnello
un mostro doveva condurre al macello
E quel mostro fui io e dal tragico evento
bacio la vittima del tradimento.

Fui mera pedina sotto il Suo dito,
tu invece sapevi…tu mi hai tradito!
Tu invece sapevi che, io ignaro attore
venduto avrei a poco il mio onore
per garantirti nei secoli amore…

…Guarda ora Cristo la “tua” umile chiesa,
puzza di sangue e arrosto di strega,
d’oro opulenta e di corruzione,
e tu non sei che la star del copione.

Idolo eterno di cuori senz’occhi
droga per menti che piega ginocchi

Pena mi fai, mio caro fratello!
Da libero uomo ti fecero agnello!”

 
”Guardami Giuda, non sono che un uomo,
certo sbagliai e ti chiedo perdono…
Fui figlio fedele a un Padre-padrone
mio unico dio, mia sola ragione
per cui non fummo che marionette
che per la gloria mosse e vendette”

Schegge di mio padre

Radice forte
che sa di morte
Tu fosti sangue
e bianco seme
Carne che langue
Cuore che geme
Vento montano
Vecchio castagno
Bacio di Giuda
Radice nuda
nuda d’amore
monca d’un fiore
Piangi dolore
Padre padrone
Rossa emozione
Voce di sparo
Pena del cuore
Terra e terrore
Mio padre amaro

Tole’:ricordi d’inverno

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Fiorisce il campanile di petali sonanti
Borbottano profumi di magico calore
Nel camino bruciano ricordi scoppiettanti
Il ciel semina chicchi speziati di candore

La torta alla mostarda sa di nonna Enrica
La salsa colorata mi parla della zia…
…La zia che bella mora! La zia che brutta vita!
Rincorse un vecchio amore e questo volo’ via…

…Le sorelline ed io col naso contro i vetri
“Ma, quanta neve , quanta! Qui non smette più!”
“Saranno più di sei, o forse sette metri…”
“Come gli eschimesi vivremo negli igloo”

Poi a ridere serene davanti al bianco immenso
Qui tutto sa di pace e di famiglia vera
Mentre il ciel ricopre di uno strato denso
il mondo che ci guarda e par diventi cera.

Tole’,  

quanto tempo!…Mille anni or sono!

Stille di un ricordo color di bianca neve.
Io ti sono grata poiché tu fosti buono,
mio piccolo paese, paterno mio presepe,
mi donasti giorni di placido candore,
unici ricordi vissuti nell’amore.

Le ali della farfalla la forza della fragilita’

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Pensavo alle mie fragilità e come queste sono state trattate dal contesto famigliare in cui sono nata e cresciuta e ad un tratto l’immagine di una farfalla dalle ali spezzate  ha monopolizzato i miei pensieri.
Le ali della farfalla sono la sua parte più fragile ma, grazie ad esse può volare
Se mani ignoranti, o crudeli spezzassero quelle sue “braccia di cielo”, così tanto delicate, essa sarebbe costretta ad agonizzare al suolo pesante e polveroso, mangiata viva da fameliche formiche….Dovremmo imparare ad ascoltare e a rispettare le nostre e le altrui fragilità, affinché non diventino micidiali ferite ma, ali con cui poter toccare i sogni.

La leggenda del merlo Inno alla diversita’

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Mi partorì’ la notte dal ventre della terra.
Raccolse le piume degli angeli e le intinse nel suo calamaio.
Due schegge d’opale divennero i miei occhi.
Intrappolo’ i sogni di libertà’, di uguaglianza, di pace in una ragnatela di stelle
e li cucì, per darmi le ali.
Per zampe due rametti di magica allegria…
… Poi, d’un tratto si addormento’, bambina insolente,
lasciandomi senza becco.
Mi aveva lasciato un piccola fessura , sotto gli occhi, con cui potevo respirare e nutrirmi ed io, spinto dalla voglia di vivere che pulsa in ogni creatura, incominciai a zampettare per il bosco, in cerca di cibo, acqua e amici.
Vidi un gruppo di cigni volare sull’acqua limpida di un lago e subito mi avvicinai per conoscerli, ma non feci in tempo a presentarmi che quei candidi punti interrogativi esclamarono : Quanto sei brutto! Ma da dove vieni?
Con uno spillo nel cuore trovai la forza di rispondere: ” Sono figlio della notte…”
-Ecco, tornatene nel buio, così almeno non ti ci si vede!- Mi risposero in coro i cigni e sghignazzando si alzarono in volo.
Percepii dell’acqua gocciare dai miei occhi: era il mio primo pianto di dolore.
Da li in poi incontrai solo derisione e rifiuti.
Ero brutto, incompleto. Non ero come tutti gli altri uccelli.
-Che vivo a fare- pensai- Ora provo a parlare con mamma notte e chiederle di terminare ciò che aveva cominciato e di completarmi, affinché io diventi come loro. Loro che hanno tutto al posto giusto-
Attesi e la notte arrivo’: una lunga collana di stelle, dove la luna ciondolava gialla come un limone, restando sospesa tra aria e terra.
-Mamma- gridai- mamma, aiutami! Sono brutto, manca un pezzo a questo mio corpo. Ti prego, non lasciarmi così! Nessuno mi vuole e sono solo…-
Lei mi strinse con le sue braccia oscure e mi cullo’: -Così sei nato. Che ci posso fare? Io t’amo così come sei- Poi mi pose dolce su di un ramo e stanca sbadiglio’: —Arriva il sole, figlio mio, devo andare. Ricordati ciò che ora ti dico: nessuno può farti sentire brutto e sbagliato, senza il tuo consenso. Non permettere a nessuno di dire chi sei o cosa devi fare. Trova la tua strada e sii forte.-
-Non andare, mamma-piansi- ma lei sparì dietro un luminoso sorriso: era il sole.

Come posso vivere così ridotto?–pensai-
Eppure udivo il battito del mio cuore battere esattamente come i cuori di tutte le altre creature.
Ad un tratto capii le parole di mia madre: non ero inferiore, ero IO!
Alzai gli occhi al cielo, e incrociai  il caldo sguardo del sole e ad un tratto un’idea mi illumino’ .
-Ciao signor sole-sorrisi- posso chiedertelo un favore?
E quel vecchio luminoso e saggio stiracchio’ i suoi raggi e borbottò’ con voce di fuoco:-Se posso accontentarti, lo farò-
-Vedi, avrei bisogno di due frammenti della tua carne. Vorrei metterli qui, su questa mia fessura. Uno sopra e uno sotto…-
-Ahahahah!- tuono’in una risata, il sole-vuoi un becco come tutti gli uccelli hanno-
-Esatto!-
-Ma tu sei tutto nero, figlio della notte, e se userai la mia pelle per farti il becco rischi di diventare ancora più strano di come sei ora-
– Lo so. Ma voglio colorare la mia diversità. –
-E va bene- mi rispose il signore del giorno- come vuoi tu-
Con due raggi si levo’ due lembi di focosa carne e me li sistemo’ sulla fessura, a mo’ di becco.
Com’ero felice!  Imparai, in quel momento che le lacrime potevano bagnare anche la gioia e di gioia piansi.
Volevo ringraziare il sole e lo volevo fare a mio modo. Perché io non volevo più essere come gli altri. Volevo essere me stesso.
Quindi aprii il mio becco e cantai.
Un fischio armonioso uscì dalla mia gola e per un attimo cielo e terra si fermarono e parvero toccarsi e baciarsi…
Io, il merlo mi presentavo al mondo.
Non ero un maestoso cigno, non ero un falco forte e guerriero, non ero un lungo e longilineo fenicottero rosa, ero un piccolo-grande merlo tutto nero, su cui spiccava come fiammella di candela, un becco di carne di sole.
E allora dico a voi, ragazzini che vi sentite incompleti, inadeguati, diversi, vittime di bulletti arroganti:
fermatevi e ascoltate il mio gioioso fischiettare.
E’ il canto di chi non si arrese e trasformò’ la propria diversità’ in forza dirompente.