Archivi categoria: Ricordi d’inchiostro

Schegge di mio padre

Radice forte
che sa di morte
Tu fosti sangue
e bianco seme
Carne che langue
Cuore che geme
Vento montano
Vecchio castagno
Bacio di Giuda
Radice nuda
nuda d’amore
monca d’un fiore
Piangi dolore
Padre padrone
Rossa emozione
Voce di sparo
Pena del cuore
Terra e terrore
Mio padre amaro

Tole’:ricordi d’inverno

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Fiorisce il campanile di petali sonanti
Borbottano profumi di magico calore
Nel camino bruciano ricordi scoppiettanti
Il ciel semina chicchi speziati di candore

La torta alla mostarda sa di nonna Enrica
La salsa colorata mi parla della zia…
…La zia che bella mora! La zia che brutta vita!
Rincorse un vecchio amore e questo volo’ via…

…Le sorelline ed io col naso contro i vetri
“Ma, quanta neve , quanta! Qui non smette più!”
“Saranno più di sei, o forse sette metri…”
“Come gli eschimesi vivremo negli igloo”

Poi a ridere serene davanti al bianco immenso
Qui tutto sa di pace e di famiglia vera
Mentre il ciel ricopre di uno strato denso
il mondo che ci guarda e par diventi cera.

Tole’,  

quanto tempo!…Mille anni or sono!

Stille di un ricordo color di bianca neve.
Io ti sono grata poiché tu fosti buono,
mio piccolo paese, paterno mio presepe,
mi donasti giorni di placido candore,
unici ricordi vissuti nell’amore.

La colomba e la cornacchia

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La primavera, lieve e serena, cominciava a danzare sul seme bianco e freddo con cui l’inverno aveva ricoperto la terra.
Ad ogni sua piroetta esso svaniva, scoprendo il ventre nero e molle dell’antica Madre, pronta di già a partorire vita nuova.
Il cielo, limpido come l’occhio d’un neonato, lo si poteva respirare.
Davanti alla piccola parrocchia del paese si era già radunata molta gente.

Chi aveva già cominciato a mangiare le crescente calde, farcite d’ogni salume, che le brave massaie servivano allo stand gastronomico, chi a tracannare bicchieri stracolmi di vino sanguigno, chi a comprare i biglietti della lotteria, indetta dal parroco stesso che, vista la Pasqua in arrivo e visto il fratello, proprietario di un numeroso gregge, aveva pensato bene di dare come primo premio un agnellino.

Davanti alla porta spalancate della chiesa, da cui usciva l’odore pungente dell’incenso e della cera fusa, il vecchio prete ringraziava i fedeli,
radunati ad ascoltarlo, sottolineando che gli introiti di quella festa sarebbero stati usati per la ristrutturazione della casa del Signore e della statua della Madonnina, a cui tutti loro -e a quel punto giunse le mani, come per pregare- si erano rivolti, almeno una volta nella vita, per chiedere una grazia.

La statua era situata esternamente, sul lato sinistro dell’entrata della chiesa, posta su di un piedistallo di marmo su cui erano incisi, in latino, i primi versi di una preghiera Mariana.
.
Dolcemente austera, mirava quei volti che ben conosceva, ascoltava quelle voci note di cui aveva sentito le preghiere e le suppliche, che di tanto in tanto erano sfociate in bestemmie.
Ma cos’è la bestemmia,se non la preghiera rabbiosa rivolta ad un genitore che non ascolta?
E Lei lo sapeva e con le mani alzate pareva richiamare ogni anima, promettendo amore incondizionato.

In quell’istante, mentre Don Luigi invitava tutti i partecipanti a comprare altri biglietti della lotteria e a gustare senza sensi di colpa,le focacce e le torte preparate con amore dalle pie donne, sostenendo-“non si fa peccato di gola a mangiare per una buona causa”- arrivò… .

…Un tardivo fiocco di neve, la materializzazione d’un pensiero d’amore, e tutti si fermarono, rimanendo come statue, e l’aria parve solidificarsi e tutto sembro’ come racchiuso in una sfera di cristallo.

Il vociare degli adulti, le risa dei bambini, la parola d’ogni creatura si ammutolirono davanti all’apparizione della pace.

La colombella frullò tre volte sui volti incantati dei paesani poi andò a posarsi sulla testolina della Vergine.
Fissò quell’ammasso di corpi coi suoi occhietti lucidi e neri, che colpivano il cuore di chi li incrociava, così in contrasto con il candore immacolato di quelle piume.

Come se, chi l’aveva creata, avesse voluto macchiare quel simbolo di purezza con due gocce di peccato, per ricordarci che nessuno è innocente.

“ OH!” -gridarono i bambini
“Guarda che bella!-facevano loro notare i genitori e i nonni- si è posata proprio sul capino della Madonnina. Che carina!”
” Porta bene!” Esclamò’ una bella signora, sputando pezzi di bolo dalla bocca piena.
“Avrà fame” -intervenne una ragazza avvinghiata ad un giovanotto sorridente.
“Si”-annuì una signora, lanciando al suolo un pezzetto di cibo, e tutti la imitarono.
L’animaletto planò delicatamente su quelle offerte, si posò al suolo e incominciò a beccare avidamente.
“Gradisce”- sentenziò una nonna, mostrando un sorriso sdentato.
Allora incominciò il lancio delle offerte, con pezzi di cibo sempre più consistenti, come se si fosse aperta una tacita gara di altruismo.
E la colombina gradiva, eccome.
Camminava tra le gambe delle persone, senza timore.

Dall’alto ramo di un pino, accanto ad un nido di cuoricini implumi che pigolavano, una cornacchia guardava interessata la scena.
Aveva fame e fame avevano i suoi bambini e tutto quel ben di Dio l’allettava e la chiamava con la voce della sopravvivenza.
Trovò il coraggio, sicura che il cibo fosse per chiunque, e volò verso la chiesetta.
Arrivò nel bel mezzo della festa, nera come il demonio, con la sua voce stonata e sgraziata si annunciò.

Si posò al suolo, e incominciò a beccare con la fretta della madre che raccoglie il cibo da portare ai propri figli .
Un coro di ” nooo!”, l’accolse.
” Che brutta bestiaccia!”- gridarono alcuni, mentre altri, facendosi il segno della croce sentenziarono:” Annuncia disgrazia!”, ” Porta male! Porta morte!”…

…Poi, quando la colomba vedendo il nero uccellaccio, fuggì impaurita, rifugiandosi sul capo della Madonnina, scattò l’ira “dell’esercito dei giusti”.

Con un coro di indignazioni, incominciarono a scacciare la “maledetta” con urla e calci, prontamente schivati dall’uccello, che con piccoli voli si spostava mesta per ritornare a beccare qualche briciola.

“ Ah, non vuoi proprio capire!”- Sibilò il prete con un ghigno che di compassionevole aveva davvero poco, poi raccolse una grossa pietra da terra e la scagliò contro il nero invasore.
La colpì -“sono un grande cacciatore”- si vantò
“si vede!”- belarono le sue pie pecorelle

La cornacchia cercò di scappare volando, ma l’ala colpita le doleva e non riuscì a spiccare il volo.
L’arto era rotto, e ciondolava allo stesso modo in cui ciondolano dai muri i manifesti semi staccati, che il vento prima o poi getterà al suolo.
Fu un attimo.
La goffaggine di quell’animale brutto e sofferente risvegliò il sadismo che respira nel lato più oscuro d’ogni essere umano e per lei iniziò il calvario.

Tutti cercavano pietre da scagliarle addosso, bimbi, vecchi, giovani, genitori, tutti, nessuno escluso.
Lei gridava il suo tormento per come sapeva e poteva, gracchiando, e più il dolore aumentava e più la sua voce diveniva antipatica, stridula, fastidiosa.
Allora cominciarono a mirare la testina, per ammazzarla e farla tacere per sempre.
Alcuni colpi avevano aperto sul suo corpicino profonde ferite che sanguinavano copiosamente.
Si trascinava, cumulo di piume e sangue.
Il suolo fangoso ostacolava il suo fuggire.
Di tanto in tanto alzava gli occhietti attoniti, in cerca di un perché a tutta quella crudeltà.
Ad un tratto sentì forte e chiaro il richiamo dei suoi piccoli affamati e con il coraggio di cui solo una madre può essere capace, si rialzò a fatica sulle due zampette e cercò di fuggire verso il pino su cui era nascosto il nido.
Gracchiava forte, disperata, nessuno capiva che rispondeva ai suoi figli.

L’intolleranza verso di lei crebbe: “Fa male agli orecchi, quel brutto uccellaccio. ..Ora basta!”
Il giovane si liberò dalle braccia della sua fidanzata, raccolse da terra una tavola di legno alla cui estremità fiorivano chiodi lunghi e arrugginiti e incominciò a rincorrere quel grumo di sangue e una volta raggiunto lo colpì ferocemente.

Il suo viso era storpiato dal piacere .

E intanto picchiava, picchiava, sordo ai pianti dell’animale che a poco a poco si affievolirono, fino al colpo di grazia.

Era morta, l’aveva ammazzata.
Aveva raggiunto l’orgasmo più intenso della sua vita.
Aveva assaporato il potere di uccidere, uccidere una creatura spiacevole,brutta, nera, portatrice di jella.

Si sentiva bene.
Si sentiva giusto.

Quando tornò verso il gruppo lo accolse l’abbraccio profumato di Isabella e l’applauso caldo dei suoi paesani.
Era un eroe.

La colombella, che fino ad allora era stata a guardare la scena, appollaiata al sicuro sulla testa della Signora, scese con la leggerezza di un angelo e ricominciò ad assaggiare un po questo e un po quello.

Intanto, Marta la matta, che si era nascosta dietro al sempreverde, per paura che quelle pietre arrivassero anche a lei, com’ era spesso successo, si trascinò goffamente verso quel corpicino straziato.
“Poverina-piangeva la giovane donna, raccogliendo l’animale – poverina, che facevi di male? Io li ho sentiti i tuoi bimbi chiamarti, e ora moriranno anche loro….”

“Guarda, c’è Marta la matta” _cantalinerano i bambini.
Alcuni adulti scossero il capo, impietositi da quella donna goffa, sempre vestita di nero, che parlava con gli animali e gli alberi, sostenendo che questi le rispondessero.

Altri gridarono “ Va via, brutta strega! Dove ci sei tu c’è sfiga!”

Il giovane che aveva ucciso la cornacchia la schernì-” Marta la mattaaaa!! Puzziiii!!”
La sua bella scoppio’ in una sonora risata.

“Marta, va a casa!-intervenne don Luigi, poi continuo’ con espressione pensierosa- Non avrebbero dovuto chiudere i manicomi. Persone come lei dovrebbero vivere là…Stiamo cercando, il sig.Sindaco ed io-e con una mano invitò un uomo grassoccio e basso a raggiungerlo sui gradini della chiesetta, da dove parlava- di farla entrare in una struttura idonea. La starà bene e verrà curata…non girerà’ più’ a zonzo per il paese, disturbando chiunque…Povera donna!”

E a quella notizia il paese applaudì

Marta singhiozzando si riavvicinò al pino, dai cui rami gli implumi avevano smesso di chiamare la madre, e la seppellì.
Scavò nel suolo umido, con le dita tozze, una piccola fossa, così che quell’esserino potesse trovare un suo angolo di pace nel ventre della Madre di tutti.

Intanto, saltellando tra una briciola e l’altra, la colombina si era macchiata il petto col sangue della cornacchia.
Infastidita da quel liquido, tornò a posarsi sul capo della Vergine, per pulirsi.
Mentre si puliva qualche goccia di quel sangue misto a fanghiglia cadde sul volto di Maria, scivolò lungo gli occhi cerulei e le rigò le gote: la Madonna piangeva.

I fedeli non si accorsero di nulla.
I fedeli riempivano piatti e bicchieri.

Erano felici che quel brutto, nero uccellaccio non fosse più tra loro.

Non avrebbe più spaventato la colombina.

Erano felici che, di li a poco, avrebbero rinchiuso Marta la matta in una strutta idonea.
Non avrebbe più spaventato i loro bambini.

Don Luigi , un po’ brillo gridava, invitandoli a comprare i biglietti della sua lotteria-

” Uno degli agnellini sarà nel vostro piatto a Pasqua, signori, è un gran primo premio!…Giocate! Giocate! La chiesa ha bisogno del vostro aiuto, Dio ve ne renderà merito!”

Il pomeriggio ormai lasciava posto alla sera, l’aria era fredda e nel cielo limpido il sole si era liquefatto inondandolo di sangue.

A Marta la matta, da dietro all’albero dov’era tornata a rifugiarsi, parve che il sangue del cielo si unisse a quello lasciato in terra dalla povera bestiola, così che non riusciva più a distinguere il paradiso dall’inferno.

Lettera di Natale

 

 

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Voglio una slitta di ricordi felici:
Un bianco paese zuccherato di neve,
due occhi grandi di oscure radici
in cui scintilla il mio bel presepe:
Mio padre, mia madre, la mie tre sorelle,
la gatta siamese dagli occhi di stelle,
un buffo cagnetto dal bianco codino,
il canto dorato di un canarino
Voglio una slitta che mi porti quei volti
che furono amore, dolore e che sono
nitidi, crudi, presenti ricordi…
… Voglio una slitta che mi porti perdono.

Il giardino delle piante spezzate La leggenda di Psicoradio

imageC’era una volta, dieci anni fa, o quasi cinquanta, ma che dico, mille anni fa, o l’altro ieri?…Ma poi che importa, tanto nelle terre della follia come in quelle dell’anima, il tempo non esiste… Dicevo: c’era una volta una donna che andava raccogliendo piante morenti e semi spezzati. 

Quelle piante e quei semi gettati nell’immondizia perché, dati per persi.
Quelle creature dalla cui vista le persone sane vogliono proteggersi, per evitare di specchiarsi nel baratro profondo in cui getta il dolore folle.
Quei corpi, quei cuori per cui anche le radici che li hanno generati provano vergogna.
Ma la nostra impavida signora raccoglieva queste vite e le portava nel suo giardino.
Si diceva fosse un luogo magico, in cui lavoravano altri giardinieri, suoi collaboratori e dove, si narra, le piante e i semi spezzati germogliassero di nuovo e tornassero a vivere.
La donna era una buona strega che, conosceva molto bene la magia della comunicazione. Ella sapeva che, per ben comunicare bisogna riuscire a SENTIRE l’altro.

Lei sentiva tutta la voglia di vivere di quegli esseri malati e abbandonati, e grazie a un filtro magico da lei creato e chiamato: “TIAMOCOMESEI” essi rifiorivano.
Per correttezza e’ bene io specifichi che i suoi collaboratori erano folletti, gnomi ed elfi. Tra di essi c’era anche un angelo, anzi un’angela, poiché era visibilmente femmina.
Si racconta, e io lo so, che quando i semi e le piante erano guariti parlassero tra loro e dicessero cose interessanti.
Parlavano della vita e della sofferenza dando ad esse volto, corpo e sangue, così come solo chi ha attraversato inferno e morte può fare.
Gli spiritelli della natura, collaboratori della donna, seminavano quei dialoghi nel vento perché arrivassero ai cuori di tutti.
Anche di coloro che, avevano buttato nell’immondizia quelle piante spezzate dalla malattia.
E fu un successo!
Il giardino delle piante spezzate divenne famoso ovunque come
il luogo dove si entrava avvolti dal buio e si usciva vivi di luce.
…Si dice che molte furono le piante spezzate salvate dalla buona strega.
Non so esattamente dirvi il numero.
Quello che posso dirvi con certezza e’ che, tra quelle piante spezzate c’ero anch’io.

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L’ estate china il capo,
guarda i biondi capelli cadere
e cerca sogni perduti
nell’ultima luce di freschi tramonti
L’estate china il capo,
la ghigliottina e’ pronta
Del suo sangue faremo buon vino
Del suo cuore semi di melograno
Delle sue lacrime vivifica pioggia
L’estate china il capo,
la ghigliottina freme

Nell’ultimo respiro soffia via rondini e conchiglie
Nel suo ultimo battito canta la vita

Inutili parole per vomitare dolore

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Le strade non sono più le stesse
Forse non lo sono mai state
Io ti ho trascinato lungo i miei sentieri,
sbagliando
L’amore, a volte, e’ un’ammaliante catena,
una catena che illude lo “schiavo”
e il “padrone”
E’ il momento di tranciare i ceppi di velenoso miele
Sei libero
Sono libera
Ora non siamo che un racconto
scritto a quattro mani,

sul libro della vita