Io sono la nube

Io sono la nube,

ho tutti i volti e nessuno.

Vivo in cielo

e quando scendo in terra,

piango.

 

 

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IL VITELLINO

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Quando la vedeva passare, lungo la via del paese, sentiva il cuore gonfiarsi dentro la patta dei pantaloni.
Il suo corpo morbido, sinuoso, di gatta  in calore.
I lunghi capelli castani, liberi e selvaggi, gli occhi dalle lunghe ciglia, all’ombra delle quali spiccavano due more , grandi ed invitanti.
Era la più bella del paese e lo sapeva.
Gli uomini, se avessero potuto, si sarebbero tolti gli occhi, per seguirla fino all’inferno.
Le donne gli occhi li avrebbero tolti volentieri, a lei.
Lui, fermo al bar, con la sua bottiglia di rosso, unica sincera compagna di vita.
Alto, grasso e sudato.
La faccia imbronciata, su cui spiccavano due occhi piccoli e inespressivi, come quelli degli squali.
” Bbbb-buon gg-gior-no-balbettava ogni volta
E lei, fiera lo guardava dall’alto in basso e accennando ad un mezzo sorriso, sussurrava un freddo ” Ciao”
Erano stati compagni di scuola, dalle elementari alle medie.
Lei aveva proseguito gli studi, diplomandosi in non si era mai capito cosa.
Lui era andato a calci nel grasso deretano a lavorare-Devi guadagnarti tutto quello che mangi!-aveva tuonato il padre.
Un padre- padrone, che lo aveva accarezzato sempre e solo con la cinghia.
E  a lavorare c’era andato e in fretta!
Al mattatoio del paese, ad ammazzare “le bestie”, come soleva chiamarle, con tono dispregiativo, sputando poi a terra.

Quel giorno sentì che poteva avvicinarla.
-Ciao, Ambra, sei sempre più gnocca-sbiascicco’, esibendo un sorriso giallo.
Lei si fermò un attimo, lo fisso’ con disprezzo e taglio’ corto: “E tu sempre più panzone e cafone… Spostati!…”
Con il braccio fece il gesto di allontanarlo, ed entrò al bar, dove l’aspettava un ragazzo ben vestito, palestrato, che lo fisso’ per un po’ con sguardo tra il compassionevole e lo strafottente.
-Lasciala stare-gracchio’ la Gina, sua amica di sbornie-hai mai visto una farfalla accoppiarsi con uno scarafaggio?-e giù a ridere, mostrando le gengive nude.
-Stai zitta vecchia matta- le grugnì’ contro e se ne andò, zoppicando, sotto il peso del suo grasso dolore.

Quel giorno la vacca aveva partorito un vitellino.
Un maschietto dagli occhioni grandi e neri come due more.
Il suo vagito di neonato risuonava per la stalla e la madre subito lo cerco’,per dargli protezione e latte.

Era minuscolo e fragile, come minuscoli e fragili sono tutti i neonati del mondo.
Ma purtroppo lui non era nato per vivere.
Il latte della madre serviva a riempire la pancia degli umani.
Quel latte non era per lui… per lui c’era il macello.
Fu sbattuto su una carriola , una di quelle che si usano per trasportare cose, e su quella, come una cosa, uscì dalla stalla.
Vani furono i pianti strazianti della madre.
Muggiti profondi, lacrime gridate, che ai più suonavano come fastidiosi versi.

Il vitellino vagì per tutto il tempo, dentro quel posto freddo che si muoveva, schiacciato tra altri vitellini, con le zampe rotte e il labbro sanguinante.
Pianti di dolore e di paura.
Il dolore e la paura di chi non è’ nemmeno in grado di chiedere il perché di ciò che gli accade.
La paura dei bambini molto piccoli.
Quella che brilla cupa negli occhi dei cuccioli abusati, come un immane, sanguinolento interrogativo

Quella mattina LUI era particolarmente arrabbiato.
” le farfalle non si accoppiano con gli scarafaggi” -ripeteva tra se e se, poi andava a cercare tutto l’odio che aveva nelle viscere e lo sputava con tragico rumore.
-” Troia!” Esclamò, mentre il camion colmo di piccole vite ed immenso dolore, freno’ a pochi passi da lui.
Erano arrivate le bestie.
Era arrivata la merce da disfare…

…I vitellini furono scaricati a calci, gettati, come sacchi d’immondizia, al suolo.
Tonfi sordi, di ossa che si frantumavano, accompagnavano i pianti disperati degli animali.

D’un tratto i suoi occhi incrociarono quelli del vitellino, che sul bordo del camion gridava, mentre un uomo lo costringeva a camminare sulle zampine rotte.
” muoviti bestiaccia di merda, che non ho tempo da perdere!” E con un calcio lo scaravento’ al suolo.

Un vagito agghiacciante scosse il cielo.

Lui sorrise, si avvicinò con la bottiglia di rosso tra le mani, lento e molle,
si chinò’ sul cucciolo e fisso’ quegli occhi grandi e neri, come due more
” bevi un po’, bastardo, tanto e’ il tuo ultimo viaggio”
Risero tutti divertiti, mentre con una mano gli stringeva la piccola gola, affinché aprisse la bocca, dove infilo’ il collo della bottiglia- Fai un pompino a papa’, puttana… – e intanto gli sputo’ sul musetto rosso di sangue e vino.

Gli occhi dell’animale parvero divenire immensi, tanto era il dolore e l’angoscia che vi traboccavano.
Piangevano lacrime.
Lacrime che nessuno volle vedere.

Ad un tratto, tra le grida assordanti degli animali straziati, qualcuno grido’
” Bisogna produrre! … Dentro le bestie che inizia la festa!”
” Avanti, alzati, bastardo!”
Ma l’animale, con un urlo, ricadde al suolo.
I suoi ossicini erano tutti rotti.
” Non ho tempo da perdere, hai sentito che ha detto il capo? Bisogna produrreeeee!!!!- e lo afferro’ per la codina e lo trascino’ lungo la strada che conduceva all’interno del mattatoio.
Una scia di sangue, urina , merda lasciò’ dietro di se il cucciolo.
” Che fai, ti caghi addosso? Hai paura, vigliacco?”
Incominciò a prenderlo a pugni sulla testa, tenendo a terra il corpicino tremante.
Ogni pugno sul piccolo cranio produceva un CRACK.
Il vitellino vagiva sempre più piano e a fatica respirava, immerso nel suo sangue, nelle sue feci, nella sua dolorosa, inascoltata paura.
Si staccò da quell’esserino, col volto paonazzo e sudato, ansimante
” sembra che hai scopato” sghignazzo’ un collega
Rise-” infatti sono venuto… Vuoi mettere una mano dentro i pantaloni?-
e si toccò’ il pacco con la mano sporca di sangue, la mano con cui aveva spaccato la testa al vitellino ed il sangue si mischiò al suo sperma
In fondo e’ come scopare, si disse.
Mentre alzava per una zampa il cucciolo, si accorse che respirava ancora
” sei duro a morire, eh? … Devi morireee, lo capisci o no?…”
Afferro’ il coltellaccio che si teneva sempre nella tasca del grembiale e gli recise la piccola gola.
Un fiotto di sangue gli schizzo’ in faccia
“Caldo come la fica di una bella bimba”- penso’ e sentì, dentro i pantaloni bagnati, il suo cazzo gonfiarsi di nuovo.

Il cucciolo sussultò qualche minuto, al suolo, in preda a convulsioni, poi, finalmente fini’ il suo calvario.
Gli occhi, schizzati fuori dalle orbite, causa i pugni presi, attoniti, parevano cercare, in un ultimo tentativo disperato, la madre.

Ma questo fu un dettaglio che nessuno dei lavoratori del mattatoio noto’.

Quella mattina entrò’ a salutare l’amico macellaio.
Quando non lavorava si fermava alla bottega della carne, a parlare con Ernesto, di ricette.
Quella mattina entrò’ anche lei .
Nella borsa nera che teneva a tracolla, fuoriusciva la testolina di un cagnetto, dai grandi orecchi e dagli occhi immensi.
” Buongiorno bella signorina. Cosa le posso servire?…Per lei tutto!”
Ernesto strizzo’ l’occhio acquoso.
” Due fettine di vitello, tagliate sottili, grazie” sorrise lei, con le morbide labbra color sangue.
” per lei o per la Viky?” scherzo’ Ernesto
” per entrambe”
” Non mi dica che da il vitello al cane”
“… Perché?- domando’ con voce sorpresa- io amo gli animali, e lei lo sa, Ernesto..”
“… Si, va bene amarli , ma dare il vitello al cane… Poi, lei facci-disse proprio ” facci”-  ciò’ che vuole”
” Ecco, appunto…”
Prese il cartoccio, in cui Ernesto aveva con delicatezza, avvolto le fettine di vitello, pagò e uscì.

Mentre usciva, ancheggiando volutamente, i due uomini stettero con le pupille fisse al suo bel culo tondo, pieno e sodo

Se non fossero stati occhi, avrebbero spruzzato sperma
” Che bel pezzo di carne- sospirarono, poi ripresero a parlare di ricette.

In vetrina, nel banco frigo, una testa di vitellino, posta su un letto di insalata, bianca come la pace, guardava con occhi vitrei la vita scorrere lungo la strada.

La ragazza si fermò’ di colpo, si avvicinò con sguardo serio al vetro, socchiuse gli occhi per guardare meglio e sobbalzò’, come se ad un tratto si fosse svegliata e tornò di corsa dentro alla macelleria e prima che i due uomini potessero chiedere cosa le era successo, grido’
” ti prego Ernesto, fammi usare il tuo bagno, mi sono accorta che mi si è’ sbavato il mascara. Non posso camminare per strada ridotta così..”
” Prego- sorrise l’uomo- in fondo, dopo quella porta, in cima alle scale.”
” Grazie!” Cinguetto’, e corse a rifarsi il trucco.
– Ti piacerebbe andare in bagno con lei, eh?- lo stuzzico’ Ernesto
Lui si leccò le labbra
” ti piacerebbe scoparla, eh?… Quella bella vitellina…”
” … E chi ti dice che non l’abbia già fatto..” Sogghignò , avvicinando una manona al grosso naso, annusandola estasiato, sicuro di sentire ancora l’odore del suo sperma misto al sangue di vitellino.

 Morena Menzani

 

 

 

 

 

Medusa: quando la follia pietrifica

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Non guardare la follia negli occhi, essa pietrifica, e sai perché?… Perché ti ricorda che essa alberga, vive e pulsa in ognuno di noi.

Tutti viaggiamo su un filo sottile, e l’equilibrio e’ un attimo perderlo… Basta poco: un grande dolore, un trauma, un lutto.

Per questo Medusa pietrifica se guardata direttamente negli occhi.

Lei è’ i nostri sensi di colpa, le nostre violenze, anche quelle subite.

Lei è’la vittima che a sua volta diventa  boia.

Donna abusata e poi condannata  da una Dea, ( la morale comune), ad essere per sempre sola, orrida ed odiata.

O la eviti o le tagli la testa. Di aiutarla non se ne parla proprio…

Questa, in breve, la sua storia:

…Medusa fu condannata ad essere sola, mostruosa e folle da una Dea maschilista , la  Dea della guerra, Atena, della quale era sacerdotessa.

Fu condannata per essere stata stuprata da Poseidone, all’interno del tempio della Dea stessa.

Vittima, dunque e colpevole dell’abuso subito.

 

Essa e’ il simbolo della donna vittima di una cultura patriarcale che ” inquina” i cervelli di molte donne, dee e sante .

Donne create a immagine e somiglianza degli e dagli stessi uomini che,a loro immagine e somiglianza hanno creato Il dio, il sistema gerarchico di cui, essi stessi, sono divenuti schiavi.

Un uomo ucciderà’ Medusa, usando il proprio scudo come specchio, per poterla vedere,  senza guardarla, e così tagliarle la testa.

Perseo  vide il mostro, vittima di un abuso maschile e maschilista, ma non lo guardo’,  la vide riflessa nello scudo  che portava con se.

Si protesse dall’ orrido dolore della femmina immostruosita dalla violenza subita e dal senso di colpa per non essere stata capace di difendersi,  ma , si protesse anche dal senso di colpa che avrebbe pietrificato lui, in quanto maschio,  maschio come il dio che la stupro’ .

Molti usano specchi per non guardare negli occhi i folli, i matti.

Li vedono ma non li guardano.

Lo specchio che usano  vive nelle loro menti e gli scudi sono i pregiudizi: tu sei il matto.  La follia e’ tua, non mia. Fino a che stai solo e lontano dalla mia vita e non mi dai fastidio, puoi stare.

Ma se incominci a creare disturbo e disagio, anche solo visivo, beh, allora, ti taglio la testa, senza nemmeno guardarti negli occhi…

Tu sei la colpa della tua follia, io individuo, familiare, società non c’entro nulla, non ho colpe, responsabilità.

Io sono il bene e tu sei il male. Io il giusto e tu lo sbagliato, e avanti così… A quante Medusa ancora taglieranno la testa, prima di capire che tutt@ siamo Medusa?…

…Queste sono le lacrime d’inchiostro che dedico  a tutte le “Medusa”, me compresa:
Quelle come me sono dannazione
quando se ne vanno e’ liberazione
Quelle come me, sanguinano amore
Sono Giuda crocifisso,
Il Cristo traditore.
Quelle come me portano all’abisso ,
streghe, lupe e folli,
sporcano il candore
dei tuoi principi molli.
Quelle come me finiranno i giorni
in mezzo a boschi, funghi e ragnatele,
a rincorrere fauni ed unicorni,
gnomi e fate , fradici di miele.
Quelle come me hanno vita corta,
son lacrime di angeli caduti.
Finiranno appese ad una corda,
all’inferno , a danzare coi cornuti.
Quelle come me han l’anima in cancrena,
sputano catarro e fiele nero.
Scontano la vita come pena
e come meta hanno il cimitero.
Quelle come me non hanno alcuna tregua.
Non sanno vivere ne sanno morire.
Siamo carne che lesta si dilegua,
senza un passato, senza un avvenire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riflessioni su VatIcalia


Siamo ormai in un paese teocratico.
VatIcalia ha vinto.
E’ ovunque: nelle scuole pubbliche, nelle televisioni pubbliche, dove, persino nei programmi di intrattenimento musicale, partecipano i ” dipendenti di dio”, il loro,
e gareggiano supportati dalla loro divisa, sicuri di ” schiacciare” ogni avversario.
VatIcalia ha sbiancato i cuori rossi, in cui vive e comanda.
VatIcalia decide con chi devi fottere, come devi fottere, condannando tutti i fottutaMente liberi, con anatemi pubblici, nel silenzio delle autorità laiche.
Povera Italia, sei morta e non resusciterai.
E noi italiani, come zombie,vaghiamo per andare al lavoro, quando siamo fortunati ad avercelo. Lavoro che ci viene retribuito poco, quando ci viene retribuito, e col salario ci paghiamo la nostra sopravvivenza.
La sopravvivenza… Per tutto il resto ci sono le carte di credito, le finanziarie e quando i debiti ci soffocano, alla fine di tutto, c’è sempre Dis-Equitalia…e una corda a cui appendersi…
Ma noi a testa bassa, a pregare il dio dei potenti, a pregare gli angeli del dio dei potenti, nella speranza di vincere al supercheneso, o a grattare qualche pezzo di carta, sperando di trovare i numeri vincenti che cambieranno la nostra vita.
Gridiamo solo alle partite di calcio, uno ” sport” mafioso, che assicura miliardi a qualcuno… E l’importante, poi, e’ vincere i mondiali!
E non importa quante vittime hanno mietuto quei ” mondiali”. L’importante e’ non vedere, non sapere!… L’importante e’ dormire e rimanere i protagonisti delle nostre illusioni.
Ce l’hanno fatta!
Ci hanno fatto credere di essere cittadini liberi e noi abbiamo loro creduto.
E non c’è schiavo migliore di uno schiavo che crede di essere libero

Io…

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Ho vomitato dolore, gioia , orgasmi e spasmi e per non sprecare tutto quel”cibo”, come un artigiano riutilizza gli scarti della materia che lavora, io ho raccolto i miei scarti e ho cercato di dare loro un senso, un corpo, un volto e da quegli scarti rielaborati, sono rinata, ripartorita dalla mia stessa follia.

La mia follia mi ha sgretolata, mi ha gettata in una profonda palude, poi ha ripescato le mie macerie per ricrearmi. Sono la creazione della mia follia

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